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Home > Contributi > I beni naturali del litorale emiliano-romagnolo: problemi e prospettive
 

GIORGIO BASSANI

Presidente di "ITALIA NOSTRA"

Non è un discorso, quello che sto per fare. Mi limiterò a dire soltanto poche parole, a guisa di intuizione. E vorrei, innanzi tutto, ringraziare le autorità qui presenti, con alla testa S.E. l'Arcivescovo di Ferrara. Che tante personalità, responsabili dell'ordine pubblico e morale, siano convenute a Pomposa per assistere ai nostri lavori, è per noi motivo di grande soddisfazione. Siamo sempre molto contenti, noi di " Italia Nostra", quando ci riesce di coinvolgere ("coinvolgere", è un verbo alla moda, e non lo adopero senza fastidio: ma, in questo caso, non potrei trovarne uno più appropriato) chi è preposto a decidere e a operare. E in ciò è la prova più evidente, mi pare, di quanto sia estranea allo spirito di "Italia Nostra" la contestazione globale. Siamo, al contrario, una associazione che intende promuovere la cultura, e, subordinatamente, la democrazia, la quale è prima di tutto libero commercio delle idee. Contestiamo per collaborare, per migliorare lo stato delle cose. Non siamo, insomma, né ribelli né degli utopisti.

Grazie, dunque, e veniamo subito alla ragione che ci vede oggi riuniti.
I problemi che il presente Convegno intende affrontare sono in fondo gli stessi che furono dibattuti nel Convegno di Comacchio di tre anni fa. Tutti voi ricorderete certamente cosa allora chiedevamo. Chiedevamo, in sostanza, che nel quadro di una programmazione di tutti gli interessi della zona, si tenesse il giusto conto della necessità che l'ambiente naturale delle valli di Comacchio venga conservato e tutelato. Non c'è alcun bisogno, sostenevamo, che si continui a prosciugare la laguna, a "bonificarla". Anche dal punto di vista strettamente economico, ciò rappresenterebbe un errore, tanto più, dal punto di vista culturale, di immenso valore. Distruggerle, significherebbe privarci di qualcosa di essenziale: se è vero, come è vero, che sotto qualunque cielo l'uomo non può mai essere soltanto oeconomicus, ma vuole essere uomo, semplicemente, ricco di tutte le distinte determinazioni che fanno di lui quell'essere spirituale che è.
Utile sotto il profilo del puro dibattito delle idee, il Convegno comacchiese dell'ottobre 1968 non approdò, mi duole dirlo, a niente di concreto. Subito dopo, da parte dei bonificatori si uscì con una dichiarazione dal tono quasi sprezzante. Benissimo, ottime cose - fu detto - ; ma noi continueremo tranquilli per la nostra strada, senza tenere alcun conto delle fisime di certi intellettuali pseudo-umanisti. Noi seguiteremo a bonificare per conto nostro, senza preoccuparci di programmi e non programmi. Tireremo dritto. C'è stato indicato un compito. Lo assolveremo.
Detto, fatto. E la valle del Mezzano, qui accanto, la stupenda distesa d'acque che fino a un paio d' anni fa poteva essere attraversata e contemplata percorrendo una stretta strada, malagevole, sì, ma che però dava modo, a chi vi si avventurava, di porsi in contatto diretto con una realtà naturale di straordinaria suggestione, oggi è per metà interrata, ridotta a una landa piena di desolazione. E a che scopo poi? Per piantarci, fra dieci anni, il grano? Ahimè. vincere la battaglia del grano ci ha già portato sfortuna, non più tardi di trent'anni fa. Non dimentichiamocelo.

Quest'anno, come sapete, è l'Annata Europea della Natura. Giustamente sollecitato nel buon nome del Paese all'Estero, tempo fa il presidente del Senato, on. Fanfani, mi chiedeva cosa avrebbe potuto fare, lui, perché l'Italia non lasciasse completamente inevaso l'appello del Consiglio d' Europa. Non tardai a rispondergli. Dissi che poteva fare almeno tre cose. Primo: impedire che la legge sulla uccellagione, scandalosamente passata al Parlamento, passi anche al Senato. Secondo: promuovere, dal Senato, il varo della legge-quadro sui Parchi Nazionali. Terzo: adoperarsi affinché il problema della salvaguardia di Venezia venga affrontato insieme con quello della sistemazione delle lagune adriatiche. L'on. Fanfani mi ascoltò molto attentamente, e ogni tanto, mentre io parlavo annuiva. Ma se debbo dirvi la verità, ho l'impressione che annuisse per educazione, o , per lo meno, per assicurarmi della sua piena comprensione e solidarietà morale. Niente di più. E difatti, dal nostro colloquio non è sortito a tutt' oggi niente di concreto.
E' sempre o quasi sempre così, coi nostri uomini politici: anche i maggiori. A parole si dicono assolutamente con noi. Ma in pratica? Quando si tratta di venire alla pratica, o non muovono un dito, oppure, in certi casi, ci si rivoltano contro.
Molti di essi, oltre tutto, dimostrano di non avere ancora ben chiaro quale debba essere la funzione dello Stato in materia di salvaguardia del patrimonio artistico e naturale. Come è risultato dalla penosa questione delle porte del Duomo d'Orvieto, che ha visto, l'estate scorsa, un ministro dello Stato italiano più disposto a sentire le esigenze del culto che non quelle della cultura; e come risulta, di continuo, dalla mollezza con la quale da parte di ministri, sovrintendenti, prefetti, eccetera, si difende, in Italia, il patrimonio comune della natura: da tutto ciò appare evidente come la nostra classe politica sia generalmente poco cosciente che lo Stato non può, in questo campo specifico, non essere conservatore accanito, spietato, durissimo. L' ho già detto in altre circostanze, ma giova ancora una volta ripeterlo. Di fronte a chi torna a sostenere, per giustificare l'operato del Ministro della Pubblica Istruzione ad Orvieto, che i nostri antenati, nell'occasione, si sarebbero comportati esattamente così, mettendo robustamente il nuovo accanto all'antico, bisogna ancora e sempre rispondere che no, noi non possiamo comportarci come i nostri antenati si comportavano, e che ogni pretesa, da parte nostra, di imitare, oggi, Papi, Dogi e Principi rinascimentali, non potrebbe non risultare sbagliata e ridicola. E a chi, d'altro canto, per giustificare il quotidiano scempio che della natura si fa in Italia, accampa le esigenze del Turismo e della Socialità, non si esiti a portare ad esempio quello che fa il Maresciallo Tito, a nemmeno duecento chilometri di distanza da qui, lungo l'opposta riva adriatica. Tutte le piccole, storiche città venete della Dalmazia, sono, oggi, grazie al Maresciallo Tito, sostanzialmente intatte. Indenni gli stupendi paesaggi naturali che le incastonano. E a questo proposito: lo immaginate cosa sarebbe accaduto della costa orientale adriatica, se il trattato di pace ce ne avesse attribuito la sovranità e l'amministrazione? Già da un pezzo, noi di "Italia Nostra", saremmo stati costretti a recarci là, o a Pola, o a Ragusa, o a Spalato, o a Zara, a discutere rabbiosamente con sindaci, prefetti, aziende provinciali del Turismo, tutti quanti strenui portatori, inevitabilmente, delle sacre "esigenze locali". E di noi si sarebbe detto una volta di più che siamo dei passatisti, dei letterari acchiappanuvole, degli aristocratici, dei decadenti, e, come tali, dei nemici del popolo... Ah, la libertà costa molto cara, bisogna pure riconoscerlo!

Quanto sia impotente, da noi, il potere centrale, a salvaguardare il nostro patrimonio artistico e naturale, risulta dovunque, in Italia. Ma risulta in particolar modo proprio qui, lungo la costa romagnola e ferrarese, da Ravenna a Volano. Chi ricorda cosa erano, fino a vent'anni fa, le sublimi foreste costiere di Casal Borsetti, tanto per fare un esempio, non può non sentirsi stringere il cuore. L'usura non è morta, no. Esiste ancor oggi, in pieno secolo ventesimo. I caotici, disumani insediamenti urbani che rispondono ai nomi inutilmente accattivanti di Lido degli Estensi, Lido degli Scacchi, Marina Romea, eccetera, ne sono la prova più evidente.
Fare appello allo Stato, dunque perché protegga dalle insidie dell'usura il pochissimo che ancora resta di un patrimonio un tempo splendido, sarebbe come sempre vano. Il sovrintendente della zona avrebbe un bel dichiarare, da parte sua, che lo storico Bosco della Mesola, "delizia" cinquecentesca di Alfonso II d'Este, dovrebbe essere sottratto alla speculazione, e salvato. Io, per me, sono fin troppo sicuro che qualsiasi sua dichiarazione non varrebbe a impedire che a fianco della celebre selva elìcea scorresse, di qui a qualche tempo, la liscia strada asfaltata che Goro adesso reclama. Dopodiché ( ciò che sta succedendo attorno al Parco Nazionale d'Abruzzo insegni), dopodiché l'usura avrebbe, per l'ennesima volta, via libera.
Nella vacanza dello Stato, è la Regione che, a mio parere, dovrebbe a questo punto farsi avanti e intervenire. Da Ferrara al mare, ridotte a povere rovine, a ruderi dimenticati, esistono ancora, a cercarli, le vestigia di quello che fu il Ducato estense. E allora: perché non invitare la Regione a occuparsi seriamente dei Belriguardi, delle Mesole, eccetera , salvando, restaurando, valorizzando? L'esempio di quanto è stato fatto a Gradara, il castello malatestiano (e dannunziano) alle spalle di Cattolica, preservato, è vero, ma soltanto per essere offerto in pasto, nel modo più indegno, alle torme domenicali ed estive del turismo di massa, non è da imitare, d'accordo. Ma d'altra parte, non c'è scelta: se si vuole sul serio che anche qui il popolo non divenga quel che la civiltà dei consumi vorrebbe, e cioè un volgo disperso che nome non ha, non c'è altro di meglio, a mio parere, che operare affinché gli sia concesso di conoscere la propria storia, di venerare le proprie radici.

(Discorso di apertura al Convegno "I beni naturali del litorale emiliano-romagnolo: problemi e prospettive" Codigoro-Abbazia di Pomposa 19/20 settembre 1970)

 

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