| IL ROMANZO DI
CODIGORO: L'AIRONE
1. Nel Giardino dei Finzi-Contini
Bassani crea con la finzione romanzesca uno spazio immaginario entro i precisi confini
della realtà storica di Ferrara: il luogo dove risiede una famiglia ebraica che ha scelto
di vivere nell'isolamento e nella "separazione", in una "solitudine"
distaccata dal mondo circostante. Della natura di questo spazio, all'interno di un
racconto che guarda al modello manzoniano e, all'insegna del romanzo storico, fa continui
riferimenti alla Ferrara degli anni fra le due guerre mondiali, il narratore ci rivela -
sia pure con discreta ironia - la sostanza fantastica, quando alla fine del primo capitolo
scrive, dopo aver collocato il luogo, con il suo "originale carattere
aristocratico", nella geografia della Ferrara rinascimentale ("proprio nel cuore
di quella parte nuova della città che fu aggiunta durante il Rinascimento
"):
"La guida del Touring non ne parla, e questo è male,
senza dubbio
".
Si direbbe che Bassani ha imparato dal suo
Ariosto (si ricordi che al personaggio di Giorgio era stata attribuita una brillante
conoscenza dell'Orlando Furioso in occasione del suo esame di maturità) il
metodo narrativo che tende alla creazione del "locus amoenus" (o dell'
"hortus conclusus", come nel nostro caso) e della sua aura incantata,
trasformando il narratore in una sorta di mago che, con la magia della parola poetica, sa
evocare mondi interi e dissolverli con altrettanta "leggerezza", lasciando nel
lettore un senso di stupita meraviglia (si pensi al mago Atlante e agli episodi del suo
castello e del suo palazzo magico).
Ovviamente, questo confronto di Bassani con Ariosto è possibile solo a condizione di
lasciare in ombra, nel Giardino dei Finzi-Contini, l'altra casa che essi
possedevano nel cimitero ebraico e l'inquietante significato che la sua presenza assume
nel racconto via via che esso procede verso la fine, con il progressivo manifestarsi della
tragedia storica imminente.
In armonia con questa finzione romanzesca e con la sua dimensione evocativa e magica, è
la ricerca proustiana del tempo perduto e ritrovato attraverso la memoria involontaria,
alla quale si associa la poetica del cuore ("Certo il cuore, chi gli dà retta, ha
sempre qualcosa da dire su quello che sarà
"), benché la mitologia romantica
del cuore sia limitata dal severo ritegno manzoniano ("Ma che sa il cuore? Appena un
poco di quello che è già accaduto"). Ne risulta il sostanziale percorso interiore
del romanzo, l'assenza di una netta opposizione fra il mondo esteriore e quello soggettivo
dell'io narrante: come se il racconto, seguendo il continuo interrogarsi dei personaggi,
del loro parlare con se stessi, si svolgesse entro la coscienza dell'autore, e non ambisse
a nessun grado di oggettività.
2. Al contrario, ne L'Airone,
il mondo esterno s'impone alla narrazione con il suo straordinario rilievo oggettivo, con
il suo duro spessore realistico, grazie anche al ruolo che vi assumono i cinque sensi e,
in particolare, l'odorato.
Alla coscienza di Limentani e alla sua ricerca di un "varco" attraverso la
chiusa e accidiosa trama della sua esistenza, si contrappone la realtà nel cui duro
spessore fisico sembrano cristallizzarsi le tensioni della natura, del suo pulsante e
oscuro vitalismo. E', in altri termini, il processo di reificazione del reale già notato
dalla critica letteraria che rende più acuto e pungente il sentimento di solitudine del
personaggio di Limentani; spinto, a volte, a un tale espressionismo espressivo da dare
luogo alle visioni allucinate degli stati onirici, come nel sogno fatto dal protagonista
all'osteria di Bellagamba.
In tale contesto negativo, la percezione dell'odore salmastro delle valli di Codigoro e di
Volano e la forza di attrazione che esso esercita sullo stato depressivo del protagonista,
alludono al polo positivo di una contrapposizione nella quale il viaggio di Limentani da
Ferrara verso le valli si configura come aspirazione a spazi aperti e vitali
("acque
vive") e come liberazione dai chiusi orizzonti di una Ferrara che
ha perso il suo originario fascino rinascimentale per diventare l'immagine di un'esistenza
stagnante in un insanabile "taedium vitae".
Non sognava che di trovarsi di là da Codigoro.
Per buona parte del viaggio, dalla Prospettiva di Giovecca fino alla periferia di
Codigoro, aveva guidato con gli occhi fissi alla strada. A Volano l'uomo della barca stava
aspettando, doveva affrettarsi. Ma a parte questo, soltanto dopo Codigoro, dopo Pomposa,
quando nella luce incerta del crepuscolo avesse veduto delinearsi il paesaggio di terre
basse, deserte, intervallate da estensioni di acque in apparenza stagnanti, eppure vive,
in realtà congiunte come erano col mare aperto, soltanto allora gli pareva che avrebbe
cominciato a sentirsi a suo agio a respirare.
3. Questa aspirazione, questa speranza
di liberazione può offrire al lettore una prospettiva interpretativa che, al di là delle
insistenti negazioni, consente di cogliere l'energia spirituale e stilistica di questo
racconto: il nucleo forte della personalità bassaniana, che l'esperienza della morte
simbolica da lui compiuta attraverso il viaggio di Limentani e la sua discesa agli inferi,
ha reso più lucida ed autentica, spogliata di ogni compiaciuto fascino idillico ed
elegiaco.
E' la posizione che Bassani ha illustrato negli scritti di teoria letteraria, raccolti in Di
là dal cuore, soprattutto là dove ha sottolineato l'energia salvifica della
scrittura, riferendosi alla composizione de L'Airone:
E' stata una liberazione. Ho provato una felicità
immensa. Di colpo mi sono liberato da due mali: la fatica provata a realizzare il mio
progetto e l'impossibilità dovuta alle cose
Finita l'oggettività, un sentirsi un
oggetto fra gli oggetti
mi ritrovavo vivo, capace di emozioni, di reagire
Il libro è "la descrizione di un viaggio verso la
morte", "tutto disseminato di simboli mortuari", come dichiarava l'autore
in un'intervista (F.Camon, Il mestiere di scrittore.Conversazioni critiche,
Milano, Garzanti, 1973, pp.54-69). Ma esso è anche un viaggio verso la vita, secondo quel
principio della poetica bassaniana che riconosce alla poesia vera la confortevole tendenza
"a restituirti la vita, a farti sentire di nuovo al centro di essa", dopo
l'esperienza del distacco (Di là dal cuore, pp343-344).
Del resto, le ultime battute del romanzo, con la luce che investe il volto della madre
incorniciato dai bianchi capelli, e che sembra effondersi in tutto lo spazio interno della
casa, e con la loro misurata intonazione sembrano alludere alla conquista di una
rigenerazione spirituale attraverso una dura genesi stilistica ("nessun libro - ha
confessato Bassani in Di là dal cuore - mi era costato tanto").
C'è un episodio ne L'Airone, che è stato letto come il centro del racconto.
Nella piazza di Codigoro, il negozio dell'imbalsamatore, con la intensità luminosa della
sua vetrina, attira l'attenzione di Limentani, offrendogli nella forma di un'epifania la
risposta alla domanda "metafisica" che aveva costituito il sottofondo del suo
sentimento di alienazione dalla realtà: "Cosa faccio al mondo, cos'è la vita, che
senso ha?" (si veda l'intervista già citata). "Il mio personaggio - ha
dichiarato Bassani (Perché ho scritto L'Airone, in "La fiera
letteraria" del 14 novembre 1968) - desiderava essere come uno di quegli uccelli
impagliati nella vetrina, così belli, immobili, eterni, sottratti alle difficoltà e alle
pene della vita".
Attraverso questo episodio è possibile mettere in evidenza una delle principali
componenti letterarie de L'Airone: il leopardismo di Bassani. Se la poetica
leopardiana della rimembranza, aveva informato Il Giardino dei Finzi-Contini
costituendo uno dei filoni tematici del romanzo (Micol: "Lo intuiva benissimo: per
me, non meno che per lei, più del presente contava il passato, più del possesso il
ricordarsene
Era il "nostro" vizio, questo: d'andare avanti con la testa
sempre voltata all'indietro. Non era così?"), ora è l'estrema tensione della
scrittura, con il suo tendere a una sfera di rivelazioni eterne, a determinare il
riscontro leopardiano ne L'Airone.
Si può confrontare l'episodio con il Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie
nelle Operette morali: il silenzio, l'immobilità assoluta, la "pace"
che a Limentani sembrano rivelare le bestie imbalsamate al di là del vetro,
"magnifiche tutte nella loro morte, più vive che se fossero vive", può trovare
un riscontro nel motivo della "pace" che "nostra madre natura" trova
nella morte, "lieta no, ma sicura/dall'antico dolor". Leopardi attraverso le
mummie di Ruysch e Bassani attraverso gli uccelli de L'Airone hanno in comune
l'aspirazione ad un'esistenza che, benché priva di piaceri, sia al riparo dalle
sofferenze della vita ("sicura"), sottratta alla "fiamma vitale", alla
forza dei desideri umani.
Proprio per il rilievo dato da Bassani a questo episodio, sembra legittimo affermare che L'Airone
è il romanzo di Codigoro.
Walter Moretti |