| IL PROFUMO DEL
PASSATO NELLA NARRATIVA DI
GIORGIO BASSANI*
La memoria poetica è identificata da Proust non più in
una facoltà volontaria che ordina gli avvenimenti del passato in modo logico, in un
archivio di facile consultazione, da parte della razionalità, ma in un'attitudine
spontanea e istintiva in grado di collegare elementi percettivi e sensoriali,
particolarmente intensi del presente, con eventi apparentemente sepolti nel passato. Ecco
che il "tempo perduto" viene immediatamente recuperato dalle cosiddette
"intermittenze del cuore", momenti intuitivi dotati di un potere epifanico nei
confronti di un passato che altrimenti sarebbe irrecuperabile per una memoria guidata
esclusivamente dalla ragione. Passato e presente si fondono nella dimensione umana della
"coscienza come durata" di Bergson.
Bassani si nutre di questa esperienza letteraria, vi attinge liberamente associandola ad
altre e diverse suggestioni provocate dalla lettura delle opere narrative della tradizione
letteraria italiana ed europea, moderna e contemporanea, e dalle riviste (1). Accanto alla
dimensione realistica, di matrice manzoniana - in relazione alla quale lo scrittore
ferrarese aveva indicato nella sua narrativa una "mimesi della vita" (2) - il
cuore coi suoi palpiti, con i suoi moti interiori, non sempre riconducibili a riflessioni
intellettuali, rivelano la complessità della poetica bassaniana, arricchita
dall'importanza attribuita alle percezioni sensoriali: immagini, suoni, odori divengono
veicoli privilegiati per l'attivazione di ricordi lontani nel tempo della memoria. Del
resto, lo stesso Bassani ha affermato, ripercorrendo la storia della propria poetica:
intorno agli anni '50 " mi trovavo ancora coinvolto nella presunzione giovanile, di
origine forse ermetica, della ineffabilità. Scrivendo, non mi impegnavo solitamente a
"tirar fuori" tutto quello che avevo dentro, convinto come ero, che ciò che
avevo, o credevo di avere, dentro, non poteva, e quindi non doveva,
essere tirato fuori. Scrivere, significava fornire dei lampi, dei barlumi, dei segni
fulminei, magari anche imprecisi, traendoli dal ribollente e indifferenziato magma
interiore" (3).
Certamente, nella sua opera narrativa il profumo degli oggetti stabilisce con la
sensibilità del soggetto un rapporto diretto e inebriante, più della vista, che
coinvolge in misura maggiore lo sforzo di comprensione razionale, e più del tatto,
solamente paragonabile, forse, all'immediatezza del gusto. E Bassani dimostra di
privilegiare il profumo come percezione indispensabile per ritrovare le immagini del
passato ricche di significato, ma soprattutto le emozioni ad esse legate.
1. Nel celebre racconto Una
passeggiata prima di cena Elia Corcos, dottore dell'ospedale cittadino di Ferrara, è
costretto a sposare l'infermiera Gemma Brondi a causa di un'inaspettata gravidanza. Questa
scelta obbligata, che suggella l'unione di due realtà sociali e religiose diverse, quella
contadina e cattolica del personaggio femminile e quella benestante ed ebraica del
protagonista, conduce per reazione Elia a chiudersi alla vita degli affetti per rifugiarsi
in un'esistenza intellettuale, sostenuta soltanto dallo zelo per la scienza e priva di
interesse per la quotidianità della vita familiare. Dopo la morte della moglie, la nuova
casa, nella quale i coniugi si erano trasferiti, viene curata dalla sorella di lei,
Ausilia, la quale, avvertendo la freddezza del cognato e provando da sempre nei suoi
confronti un segreto sentimento d'amore, ne soffre profondamente. Tutto il racconto, nel
suo snodarsi dal principio alla fine, è proprio filtrato attraverso la vista e le
percezioni sensoriali di Ausilia, vera protagonista della vicenda narrativa. A
rinfrancarla nei momenti di solitudine interviene il ricordo della presenza affettuosa e
discreta del padre di Elia, Salomone; egli, a differenza del figlio e di tutti gli altri
Corcos, aveva dimostrato attenzione e partecipazione a tutto ciò che accadeva in famiglia
e aveva sempre cercato di non rimarcare la differenza di estrazione sociale e di
confessione religiosa dei due nuclei familiari. Dopo la sua morte, Ausilia aveva avvertito
ancora di più il doloroso senso di vuoto che le procurava il suo amore, da lei percepito
come "qualcosa di crudele, di atroce, da spiare di lontano; o da sognarne a palpebre
abbassate" (4). Ogniqualvolta si trova a riflettere sul suo lacerante sentimento,
Ausilia sente la necessità di rievocare alla mente l'immagine rassicurante e protettiva
del vecchio Corcos, quasi a sostituire lo sguardo freddo e distaccato che le rivolgeva
Elia nei momenti in cui la incrociava nelle vuote stanze della casa; uno sguardo al quale
nulla sfuggiva, "eppure insieme sembrava quasi che non vedesse", dando
l'impressione di guardare la realtà "dall'alto, e in qualche modo da fuori del
tempo" (5). Così Bassani descrive le sensazioni di Ausilia e i suoi ricordi di
Salomon, ad esse inscindibilmente legati:
Ma c'era una cosa, sua, a parte i riccioli bianchi, lucenti
come seta, e il grande naso caratteristico, della quale lei si rammentava in maniera
particolare. E cioè dell'odore che emanava dai suoi abiti. Misto di vari effluvi di
agrumi, di fieno appassito e di grano, era il medesimo odore che sfogliando certi libretti
di devozione ebraica, da lui portati con sé nella casa di via della Ghiara in vista di
una loro "eventuale" distribuzione fra i convitati delle due successive cene di
Pasqua, lei aveva sempre sentito sprigionarsi da quelle pagine indecifrabili, illustrate
da incisioni azzurrine un poco sbiadite, le quali rappresentavano, secondo quanto si
leggeva sotto ciascuna di esse stampato in italiano, le dieci piaghe d'Egitto, Mosè
dinanzi a Faraone, il passaggio del Mar Rosso, la caduta della manna [
] . La redingote
di Elia non aveva saputo mai d'altro che di sublimato e di acido fenico. Dai panni e
dall'intera persona di Salomone Corcos spirava invece un profumo che, pur diverso come
era, faceva subito pensare a quello dell'incenso. Di esso, riposti in una credenza del
cosiddetto salotto buono - una stanzona in penombra prospiciente su via della Ghiara, dove
nessuno metteva mai piede - i libretti pasquali avevano impregnato nel corso degli anni,
oltre che il mobile, tutto quanto l'ambiente. Al punto che lei, Ausilia, ogni qualvolta
andava a chiudersi là dentro, restandoci poi, seduta nel buio, a pensare per conto
proprio magari per delle ore, [
] tornava puntualmente a provare la sensazione che il
povero signor Salomone ci fosse anche lui fra quelle quattro mura, presente in carne e
ossa (6).
Il luogo nel quale si era mantenuto vivo l'odore
particolarmente intenso di Salomone diventa il rifugio di Ausilia. Nella memoria della
donna il ricordo affettuoso del padre di Elia rimane strettamente legato alle sensazioni
olfattive più che a quelle visive. Tali sensazioni investono tutta la sua coscienza,
tanto che padre e figlio, nella sua immagine, sono messi a confronto non tanto per il loro
diverso atteggiarsi nelle relazioni con gli altri, ma per il difforme profumo degli abiti:
"di sublimato e di acido fenico" Elia, odori tipici della realtà
medico-scientifica, asettica e senza emozione a cui il personaggio appartiene
integralmente; "di agrumi, di fieno appassito e di grano", di incenso quello di
Salomon, capace di effondere un profondo senso di religiosità e un'affettuosità calda e
protettiva.
La differenza dei profumi, legati nella coscienza di Ausilia al ricordo dei due personaggi
maschili della vicenda, rappresenta la diversa scelta di vita da loro compiuta,
consapevolmente o no: Elia si era imposto la scienza come "missione", per
superare il dolore delle passioni che segna inevitabilmente la condizione umana; il padre
aveva fatto della sfera emotiva, dell'amore - si era sposato tre volte e aveva avuto
dodici figli - e della famiglia il centro della sua esistenza quasi centenaria.
2. Anche ne L'Airone, l'ultimo
grande romanzo di Bassani, l'autore mostra di recuperare quella tradizione letteraria di
ispirazione proustiana e joyciana che tanta importanza attribuisce alle percezioni
sensibili e alla coscienza. Il romanzo, con la sua narrazione di un unico giorno,
l'ultimo, del protagonista della vicenda, Edgardo Limentani, ha un particolare significato
non soltanto perché è l'ultimo testo narrativo dello scrittore ferrarese, ma anche
perché lo spazio nel quale si svolge la breve vicenda temporale è spostato da Ferrara,
vera protagonista delle precedenti storie, alla sua provincia: Codigoro e le valli di
Volano.
Quella di Limentani è un'esistenza segnata profondamente dal taedium vitae:
nessuna emozione, nessun evento è più in grado di disperdere il vertiginoso senso di
vuoto che ha investito la radice del suo sentimento esistenziale costringendo la sua
volontà entro gli angusti orizzonti di un'accidiosa immobilità: ad essa nemmeno il suo
corpo sembra più voler rispondere. Neppure l'affetto per la madre ormai anziana o l'amore
per la figlia riesce a fermare l'inarrestabile caduta verso il basso, verso il fondo del
"pozzo" intravisto dal protagonista all'inizio della sua ultima giornata. La
figura del personaggio è delineata con estremo realismo, senza ideali, mentre si trascina
in un'esistenza priva di qualsiasi crescita interiore; lo stesso scrittore ferrarese, in
un intervento apparso su una rivista, ha definito Limentani come "un oggetto tra gli
oggetti. Uno che ha la morte addosso" (7). Nella medesima conversazione, Bassani,
rivelando all'intervistatore l'occasione della genesi emotiva del romanzo, la sua
gestazione quasi ventennale, aveva dichiarato: "Ero in uno stato di profonda
depressione, uno di quei momenti di indifferenza, atonia, in cui si guardano le cose come
da dietro un vetro, senza parteciparvi, da spettatore. [
] Non reagivo, né
moralmente, né sentimentalmente. Osservavo con distacco" (8). E questa è anche la
condizione del protagonista della vicenda, osservatore della vita, incapace di afferrarla,
di viverla e consumarla fino in fondo.
La domenica antecedente il Natale del 1947, Edgardo Limentani aveva deciso di dedicarsi a
una battuta di caccia nelle valli di Volano. Il romanzo si apre proprio con il risveglio
del protagonista, indeciso se mantener fede al proposito; tuttavia, dopo una serie di
riflessioni, descritte dal narratore con minuzia di particolari, dopo un saluto freddo e
affrettato alla moglie e alla figlia, risolve di partire ugualmente, nonostante il freddo
del mattino e la giornata che si era presentata sin dal suo esordio come
"contraria". Uscito da Ferrara, egli giunge a Codigoro con l'idea che "
quando avesse veduto delinearsi a poco a poco, nella luce incerta del crepuscolo, il
paesaggio di terre basse, deserte, intervallate da estensioni di acque in apparenza
stagnanti, ma vive, in realtà, congiunte come erano con il mare aperto, soltanto allora
[
] avrebbe cominciato a sentirsi a suo agio, a respirare" (9). Costretto ad una
prima sosta a causa di "una acuta fitta di dolore all'altezza della cintura"
(10), per poter procedere nel suo viaggio senza ulteriori fastidi, si ferma all'albergo di
un vecchio esponente del partito fascista, Gino Bellagamba, il quale dopo la guerra si era
dedicato agli affari nei luoghi che conoscevano in quegli anni l'avanzata del comunismo,
soprattutto nelle campagne (lo stesso Limentani ricordava con timore e ansia di aver
dovuto fronteggiare, dieci anni prima, una rivolta di braccianti nella sua proprietà
agricola, la Montina, nei pressi di Codigoro).
Tutti gli inconvenienti e gli imprevisti in cui si imbatte in paese e che rallentano il
suo procedere verso le valli, infastidiscono profondamente Limentani: la presenza di
Bellagamba, che gli aveva aperto il locale "non senza urtarlo leggermente e mettergli
sotto il naso, nel momento che lo sfiorava, l'odore delle proprie ascelle" (11) e che
ora conduceva una vita comune in un luogo che pareva essersi dimenticato del suo passato,
lo turba; la sosta in sua compagnia nel caffè Fetman, in cui regnava
"un'atmosfera nebbiosa, impregnata d'odori di espresso, di grappa, di toscano"
(12), lo secca. La telefonata con la casa del cugino Ulderico lo spinge finalmente a
ricercare la solitudine delle valli, nonostante un notevole ritardo rispetto all'orario
che si era prefissato.
Uscire dalla cabina, e pensare che in valle avrebbe trovato
tutto ciò di cui aveva bisogno, serenità, salute del corpo e della mente, gioia di
vivere, fu una cosa sola. Doveva far presto.[
]Camminava in fretta, levando ogni
tanto il viso a fiutare l'aria. Di pioggia niente, nemmeno una goccia. Quanto all'aria,
anzi: adesso la sentiva impregnata di quel tipico odore di laguna, salato e insieme
dolciastro, che si attaccava così profondamente e tenacemente agli abiti, e che dopo un
poco aveva sempre avuto l'effetto di fargli venire appetito (13).
Il pensiero che molto presto avrebbe raggiunto le ampie
distese di acqua salata, e la percezione dell'odore dell'aria tipica delle valli
restituiscono a Limentani una strana e inconsueta contentezza, come se gli spazi aperti e
solitari del delta del Po offrissero finalmente un sollievo al suo senso di frustrazione e
di vuoto.
La scansione degli eventi del romanzo è realizzata da Bassani attraverso la registrazione
molto accurata delle sensazioni, fisiche ed emotive, del protagonista. Ad ogni sequenza
narrativa (e ad ogni esperienza che contrassegna il viaggio del protagonista) egli associa
una particolare percezione sensoriale; egli mostra così (per lo meno in questa prima fase
della narrazione) come in modo del tutto irrazionale - nella stessa maniera in cui non
sono riconducibili alla logica razionale i dati della sensibilità - convivano nella
coscienza del protagonista il senso di oppressione, originato da angoscianti ricordi del
passato e dalla consapevolezza della noia del presente, e la speranza di poter recuperare
improvvisamente lo slancio di un nuovo entusiasmo nei confronti della vita. In questo
procedimento narrativo, le sensazioni olfattive, connesse con le descrizioni dei luoghi e
filtrate attraverso l'emotività di Limentani, sono privilegiate da Bassani; esse offrono
al lettore un quadro complessivo immediato delle esperienze conoscitive che investono
progressivamente il protagonista nell'arco della sua giornata. Soltanto in un secondo
tempo queste sono arricchite dalle riflessioni più approfondite, dai ricordi del
personaggio, fornendo una chiave di lettura più ampia e argomentata della situazione e
degli eventi che l'hanno originata.
La sensazione di appetito, la prima positiva che investe un corpo, come quello di
Limentani, segnato dalla consunzione del tempo e dalla pesante indolenza, coincide con la
piacevolezza del profumo dell'aria delle valli, con la percezione intuitiva che nella
pienezza della natura avrebbe recuperato "la salute del corpo e della mente".
Animato da questa nuova gradevole emozione, si avvicina alle valli con il sorriso sulle
labbra, scacciando ormai definitivamente l'idea di tornare a Ferrara. Anche se, pensava
Limentani, l'accompagnatore procacciatogli dal cugino non l'avesse aspettato, data l'ora
tarda, sarebbe rimasto a Volano per qualche ora in attesa di prendere la strada di casa.
Ma l'allegria che l'aveva accompagnato è destinata a svanire presto, proprio a seguito
dell'incontro con Gavino Menegatti, la guida nella battuta di caccia. Di fronte alla
risoluta giovinezza, alla "salute" di Gavino, Limentani si sente ripiombare
nella "scontentezza" e nel "rammarico". Bassani rappresenta ancora una
volta attraverso gli odori questo nuovo cambiamento di stato d'animo del personaggio,
quasi pressoché deciso, qualche momento prima dell' inaspettato incontro, a proseguire da
solo nella caccia. Prima di posizionarsi in botte, Limentani decide di soddisfare il suo
appetito e, sempre accompagnato dalla giovane guida, entra in una baracca dove, ne era
sicuro, avrebbe trovato qualcosa da mangiare:
Fermo appena oltre la soglia, senza che Gavino, al suo
fianco, manifestasse il più piccolo segno di impazienza, fiutava a palpebre socchiuse,
come un cocainomane, l'odore che pervadeva il locale: un odore misto,di legname segato di
fresco e di alimentari da poco prezzo. [
]L'odore di segheria, di salumi di roba
sott'olio, eccetera: gli pareva di essere capitato in un rifugio di alta montagna: tale e
quale. Come sarebbe stato bene, lì dentro, se avesse avuto modo di rimanerci! - si diceva
ormai impotente a resistere più a lungo allo scoramento contro cui aveva cominciato a
lottare con tenacia dal primo istante che aveva visto Gavino-. (14)
La speranza di riuscire a dare un senso alla sua
esistenza di "oggetto tra gli oggetti", di uomo fuori dalla vita, era svanita
nel momento in cui Limentani si era trovato a doversi confrontare con un individuo immerso
nella vita, vigoroso e deciso, il solo a sparare e a uccidere durante la battuta di
caccia. L'odore delle valli, che lo aveva spinto a lasciare Codigoro animato da un senso
di nuova vitalità, non è che un'illusione destinata a svanire non appena Limentani
riacquista il ruolo che ormai definitivamente gli appartiene: quello di osservatore
"dietro a un vetro" della vacuità che lo circonda e che lo porta alla decisione
estrema del suicidio come scelta di quiete eterna nella morte. Al senso di libertà
offerto dall'odore salato e dolciastro insieme delle valli, si sostituisce quello raffermo
di un luogo chiuso, l'unico che appartiene alla sua vita angusta e che appare in grado di
dargli un minimo senso di sicurezza.
Così, lo slancio che lo aveva spinto a ricercare gli spazi aperti del delta e a viverli
nella loro vitale dimensione sensitiva (olfattiva), paradossalmente offre il motivo che,
con la morte dell'airone e con la rivelazione epifanica della vetrina dell'imbalsamatore,
lo spinge a riflettere sulla condizione umana e a formularne la chiave di lettura in
termini concettuali, spogli da ogni aggancio alle esperienze sensitive. La felicità
effettiva e duratura, non quella illusoria avvertita in precedenza, Limentani la prova nel
tragitto che lo riporta da Codigoro a Ferrara, pensando a "come diventava stupida,
ridicola, grottesca, la vita, la famosa vita - si diceva - a guardarla dall'interno della
vetrina dell'imbalsamatore" (15). Il protagonista è finalmente riuscito a cogliere
il senso della immutabilità offerto dalla morte e, di conseguenza, la percezione,
nell'eternità, dell'assenza del dolore legato al cambiamento.
Bassani in una lunga intervista aveva affermato che Edgardo Limentani "non è un
vinto, è un vittorioso a certe condizioni: a patto di andarsene, di sparire. Ma a suo
modo vince" (16). Il senso della sua vittoria si ritrova nella frase di Rimbaud che
fa da epigrafe al romanzo: "Elle est retrouvée./ Quoi? L'eternité".
Il protagonista si appresta alla morte avvertita come definitiva conquista della verità
della vita.
3. L'utilizzo della percezione olfattiva
con accezione memoriale e simbolica è particolarmente evidente nell'ultima pubblicazione
dello scrittore ferrarese: L'odore del fieno. Nell'edizione Einaudi del 1972
questo era il titolo di uno dei racconti che componevano la raccolta, già precedentemente
pubblicato nell'edizione del 1960 de Le storie ferraresi, con il titolo di Il
muro di cinta (17). Nell'edizione Mondadori del 1980 la storia, che aveva dato il
titolo complessivo al volume nell'edizione precedente, è fatta rientrare come prima di
una serie di narrazioni, Altre notizie su Bruno Lattes, che vedono ancora una
volta come protagonista un personaggio caro all'immaginario bassaniano, in cui
recentemente si è voluta identificare una proiezione dello scrittore ferrarese (18). E'
chiaro, quindi, come nel lungo lavorio di elaborazione e riscrittura del testo narrativo
lo scrittore ferrarese abbia attribuito sempre maggiore rilievo all'odore di erba tagliata
presentata all'inizio del racconto e abbia voluto rendere protagonista di una vicenda,
evidentemente a lui cara, una figura estremamente significativa all'interno della sua
produzione.
La narrazione si apre con una descrizione, attenta ai dettagli, del cimitero ebraico
ferrarese e procede con una continua sovrapposizione delle dimensioni del passato a quelle
del presente. L'io narrante attribuisce particolare importanza a un elemento per lui
significativo di quel luogo, che doveva aver colpito la sua immaginazione durante la
gioventù e che permaneva nella sua memoria di adulto: la falciatura dell'erba del
cimitero , che "durante i mesi estivi
è sempre cresciuta in modo
selvaggio" (19). I falciatori riempivano i carri con i covoni di fieno tagliato,
impedendo talvolta il passaggio di un funerale che avanzava silenzioso a causa della
larghezza ridotta della strada.
Un'interruzione improvvisa della descrizione riporta il lettore ad un funerale
particolare, quello dello zio Celio, a cui Bruno era stato costretto a partecipare dal
padre, pur sentendosi ineluttabilmente un estraneo, un escluso dalla cerchia dei parenti
ebrei a cui il defunto apparteneva. La prima caratteristica del luogo sepolcrale che
colpisce Bruno all'ingresso del corteo funebre è piacevole: un "odore acuto di fieno
tagliato
sopraggiunse a rianimare il corteo oppresso dal caldo. Che sollievo. E che
pace. Ci fu un brusco e quasi allegro agitarsi simultaneo" (20). Certamente è
l'odore del fieno tagliato di fresco che costituisce l'occasione immediata per
ripercorrere il passato e narrare di un altro evento significativo della vita del
protagonista, recuperato attraverso la memoria "da un punto del passato perduto in
fondo a una lontananza quasi infinita" (21). Si tratta delle esequie del nonno
Benedetto, morto nel 1924, quando Bruno non era che un bambino di nove anni:
"Quell'altro pomeriggio di agosto, in cui il nonno Benedetto era stato sepolto,
quello del '24, il prato del cimitero appariva falciato di fresco, esattamente come
adesso" (22). Allora, come al presente, Bruno aveva partecipato ad un funerale senza
capirne il senso e pervaso da una profonda percezione di estraneità e di lontananza, con
la stessa impazienza e agitazione. Impressioni e stati d'animo si fondono nel ricordo
attraverso il gradevole odore del fieno tagliato, creando il filo conduttore del racconto,
che unisce il primo segmento narrativo al secondo, il presente al passato dell'infanzia.
Ma l'odore del fieno, oltre alla funzione di ricomporre intuitivamente ricordi
apparentemente sconnessi, acquista il significato simbolico, di opposizione alla morte,
quasi esprimesse la volontà di rimanere ancorati alla vita come a un bene in grado ancora
di elargire benefici al di là della sofferenza e del dolore. Di qui il senso di sollievo
dei partecipanti alla celebrazione funebre: ecco il significato di quel canto che pare
interrompere la gravosa austerità del rito facendo intuire fuori del muro di cinta del
cimitero"un'aria aperta, una brezza quasi marina" (23); ecco il ricordo di Bruno
bambino che, nell'innocenza e nell'inconsapevolezza della sua giovane età, si abbandona
sul prato tagliato di fresco ad una corsa vivace. Al senso di solitudine subentrato
all'interruzione del gioco a seguito di una rovinosa caduta, pone rimedio la madre che,
dopo aver abbandonato il funerale e "dopo averlo fissato abbastanza a lungo coi suoi
begli occhi marrone profondamente cerchiati a causa delle molte notti trascorse al
capezzale del suocero durante gli ultimi mesi della sua malattia, e ciononostante più
vivi e più luminosi che mai, [
]gli aveva posato una mano sulla bocca. Quindi,
chinatasi, gli aveva fasciato il ginocchio col fazzoletto" (24).
La madre è per Bruno la chiave di interpretazione della sua stessa identità. Il senso di
estraneità alla "tribù Lattes" si risolve nella consapevolezza della
somiglianza fisica e caratteriale alla tradizione familiare cattolica di parte materna.
Bruno si sente estremamente lontano da quella morbosità tipicamente ebraica che
caratterizza la visione del mondo del padre e del nonno, rifugge dalla costante paura del
male inteso come una minaccia continua alla stessa sopravvivenza, disprezza il loro senso
di oppressione, di smarrimento e di chiusura alla realtà del mondo che equivale alla fine
della vita stessa. Contro la malattia, il cancro, che il padre aveva contraddistinto come
l'inevitabile conclusione dell'esistenza di tutti i Lattes - compreso lo zio Celio, che
pur era morto a seguito di un attacco di nefrite - Bruno contrappone l'atteggiamento della
madre, "sempre così allegra, lei, poverina, sempre così semplice e naturale"
(25). All'affermazione del padre"solo i morti stanno bene" che il piccolo Bruno
aveva scimmiottato, la madre risponde con un gesto amorevole e protettivo nei confronti
del figlio: nella mente del protagonista, e forse anche del Bassani del dopo L'Airone,
la vita era riuscita a sconfiggere la morte, per il futuro c'era ancora una speranza.
Micaela Rinaldi
Università di Ferrara
* Questo contributo è stato pubblicato sulla rivista
"Esperienze letterarie".
(1) Cfr. in modo particolare l'antologia della terza pagina del "Corriere
Padano", Vent'anni di cultura ferrarese: 1925-1945. Antologia del "Corriere
Padano", a cura di A. FOLLI, Bologna, Patron, 1978,- su cui, come è noto, tra il
1936 e il 1938, scrisse anche il giovane Bassani - con particolare attenzione
all'introduzione ai due volumi, in cui si ripercorre la storia della rivista e le
influenze culturali da essa subite.
(2) A proposito della formazione giovanile di Bassani e dei rapporti dello scrittore
ferrarese con il nucleo normalista "pisano" allora formatosi a Ferrara, cfr. A.
DOLFI, Dessì e Bassani: due esperienze ferraresi, in La cultura ferrarese tra le due
guerre mondiali. Dalla Scuola Metafisica a "Ossessione", a cura di W. MORETTI,
Bologna, Cappelli, 1980, pp. 129-140.
(3) G. BASSANI, Le parole preparate, Torino, Einaudi, 1966, p. 236.
(4) G. BASSANI, Una passeggiata prima di cena, in Il Romanzo di Ferrara, Milano,
Mondadori, 1980, p.65
(5) Ivi, p. 66
(6) Ivi, p. 64
(7) Perché ho scritto L'airone. Conversazione di Manlio Concogni con Giorgio Bassani, in
"La fiera letteraria, 14 novembre 1968, pp. 10-12. Questa intervista venne anche
ripubblicata come introduzione all'edizione de L'Airone, Milano, Mondatori, 1978, p.
XXIII.
(8) Ibidem.
(9) G. BASSANI, L'Airone, ed.cit., p.34
(10) Ibidem
(11) Ivi, p. 41
(12) Ivi, p. 55
(13) Ivi, p. 65-66.
(14) Ivi, p.75
(15) Ivi, p. 168
(16) C: MARABINI, Gli Anni Sessanta. Narrativa e storia, Milano, Rizzoli, 1969, p. 275.
(17) G. BASSANI, Le storie ferraresi, Torino, Einaudi, 1960, pp. 7-11
(18) " "Alto, secco, di carnagione scura" sempre nervoso e scattante, Bruno
Lattes non somiglia dunque al narratore del Giardino, fiero dei suoi occhi celesti che
piacciono a Micòl. Eppure Bassani sentirà il bisogno di richiamarlo in vita, in un tardo
racconto intitolato Altre notizie su Bruno Lattes, nel quale lo ripresenta ancora una
volta in un cimitero; e gli fa rievocare una sua infelice Love story con una bella ragazza
cattolica della migliore borghesia ferrarese [
]. E in quell'occasione gli presta
anche una mamma 'cattolicissima', che non è certo la signora Dora, ma, vedi caso, si
chiama Marchi: come la nonna che allo scrittore esordiente di Una città di pianura
fornisce un nom de plume utilissimo ad aggirare i divieti delle leggi razziali. Vorrà
dire che la self-inscription, procede su due binari paralleli e opposti, verso un
rispecchiamento quasi ufficiale, e un'immagine, esorcizzata, di quel che l'autore
assolutamente non vuole essere ma potrebbe essere stato?" G. FINK, Il gioco dei
doppi. Un ricordo di Giorgio Bassani ( e di Bruno Lattes), in "Ferrara. Voci di una
città giugno 2000, pp. 28-29.
(19) G. BASSANI, Altre notizie su Bruno Lattes, in L'odore del fieno, in Il romanzo di
Ferrara, Milano, Mondadori, 1980, p.677.
(20) Ivi, p. 678.
(21) Ivi, p.680
(22) Ivi, p. 681
(23) Ivi, p.679
(24) Ivi, p.681. Il muro di cinta termina con la medesima frase; nell'ultima edizione del
racconto, tuttavia, Bassani ha omesso un particolare: il sorriso affettuoso che la madre
rivolge al piccolo Gerolamo, protagonista, al posto di Bruno Lattes, della vicenda, con un
atteggiamento la cui dolcezza è tale perché appartiene al ricordo di una persona cara
scomparsa. "La mamma, sorridendo come solo sanno sorridere i morti nella memoria,
pieni di compatimento e di indulgenza (aveva gli occhi cerchiati, a causa delle lunghe
veglie passate al capezzale del suocero negli ultimi mesi della sua lunga e dolorosa
malattia), gli aveva posato la mano dolcemente sulla bocca. Quindi gli aveva legato un
fazzoletto intorno al ginocchio". G. BASSANI, Il muro di cinta, ed. cit., p. 11. Il
tema del ricordo e del "pio passato" diviene centrale ne Il giardino dei Finzi
Contini, soprattutto nel modo di Micòl Finzi Contini di affrontare la vita.
(25) Ivi, p. 679. |