
Intervento del Prof. Giuseppe Inzerillo
In realtà ha parlato di Giorgio Bassani e la scuola il
rabbino appena adesso, ed era questo il tema che inizialmente mi aveva assegnato il
professor Walter Moretti. Però il tempo a disposizione, la difficoltà del tema, la
ricerca che probabilmente si doveva effettuare intorno al libro significativo Dietro la
porta che esprime la condizione di vita scolastica nella Ferrara degli anni '30,
dell'inizio degli anni '30 è in rapporto con uno straordinario personaggio che è
Francesco Viviani, un'antifascista della prima ora morto a Buchenwald, ma che ebbe modo di
collaborare con lo stesso Italo Balbo e con Nello Quilici attraverso una serie di
corrispondenze sul Corriere Padano , mi spingono a cambiare il titolo dell'intervento ,
rimandando magari ad altra occasione per le implicazioni che il tema riveste e per la
serietà che si deve ad un argomento come questo , a cambiare il tema e a parlare della
maestra, del professore e dei socialisti negli ultimi anni di Clelia Trotti ossia Alda
Costa nella vita reale.
E' un tema che probabilmente andrebbe approfondito, ma per ora mi limito a queste
considerazioni.
A Bruno Lattes , il giovane protagonista della storia ferrarese Gli ultimi anni di Clelia
Trotti non è accaduto ancora quello che è successo negli Stati Uniti dove i fanatici del
politically correct, sono riusciti ad espellere dalle scuole Il giovane Holden colpevole
secondo il National Council of Teacher English di essere bianco, figlio della borghesia
ebraica benestante e per ciò stesso effettivamente un affronto alla società
multirazziale. Anche in Italia Bruno Lattes corre oggi qualche rischio in proposito , è
giovane, simpatico, studioso, appassionato di Benedetto Croce, figlio di un ricco
proprietario terriero, benché non laureato già colto professore con evidenti ambizioni
letterarie (come già ricordato dal prof. Caro), insomma un uomo libero assai lontano da
ogni attrazione gregaria sul piano politico , dotato perfino di quelle venature ironiche
che ineluttabilmente allontanano dalla militanza acritica e duratura negli schieramenti di
partito.
Un personaggio di così tenace ed intelligente distanziamento critico prima o poi non può
che scomparire come modello significativo nella scuola ancella del sistema economico, o
della tecnologia appiattita sulla dimensione dell'assistenzialismo pedagogico e della
invereconda carità didattica nel segno di un egualitarismo pernicioso e regressivo.
Ora , nella vicenda narrativa il "signorino Bruno, il figlio dei signori di Palazzo
Madama", in quella sentina di ogni vizio e di ogni scetticismo della città estense ,
cerca l'altro, il diverso intellettualmente e magari politicamente, mosso com'è da
un'intensa curiosità culturale suscitata e dalla antica ebraica con gli studi e dal
rigore élitario di una scuola gentiliana soltanto in parte snaturata dalle facilitazione
richieste ed ottenute dal mondo piccolo borghese di allora e di sempre , pronto comunque a
custodire e difendere rampolli viziati e malati di noia, provenienti da ogni strato
sociale. Si imbatte perciò in Clelia Trotti , "la vecchia rivoluzionaria che aveva
visto con i suoi occhi Anna Kuliscioff e Andrea Costa, che aveva discusso di socialismo
con Filippo Turati , con Giacomo Matteotti e con Massarenti, l' apostolo di Molinella ,
che aveva avuto una parte importante nella famosa 'Settimana Rossa' di Romagna, del
1913
". Una Ferrara distante da lui per condizioni sociali, e per ragioni
anagrafiche. Una maestra antica capace di suscitare interesse a chi era destinato però ad
insegnare letteratura all'Università, in America, inizialmente come "Lecturer in
Italian", a chi aveva preso parte ai littoriali della cultura e dell'arte a Venezia ,
proprio in quel torno di tempo. Anche se "la voce di Clelia Trotti al suo orecchio
suonerà distante , un ronzio incomprensibile , Bruno Lattes era mosso inizialmente dal
desiderio di conoscere a fondo quell'impetuosa 'eroina della classe operaia che
l'onorevole Bottecchiari aveva amato da giovane
' che nella 'prigione' di via
Fondobanchetto passava gran parte delle sue giornate sfiatandosi a far lezione ai bambini
e ai ragazzetti del vicinato, fra i miseri quadrucci di paesaggi alpestri e marini del
padrone di casa , il cognato Evaristo Codecà marito della sorella Giovanna, insegnante
elementare di ruolo, in pieno stato di servizio".
Bruno Lattes in definitiva era mosso dal desiderio di andare incontro, dopo l'approvazione
delle leggi razziali del 1938, ad un futuro inevitabile magari partecipando
volenterosamente non foss'altro per pietà ed umiltà, ai sogni solitari, ai disperati
passatempi, ai tristi, miserabili sogni da carcerati dei propri compagni di viaggio. Come
suo padre e come, appunto, Clelia Trotti che non smetteva ancora di sognare la libertà e
la rinascita del socialismo, intanto egli continuava a fare lezione in un'aula della
scuola israelita di via Vignatagliata, pronto a reagire se veniva disturbato durante le
lezioni, oppure ad intrattenersi dopo le lezioni in conversazioni su argomenti letterari
con Cesare Rovigatti, il ciabattino socialista di piazza S.Maria in Vado, il compagno di
tante lotte politiche di Clelia Trotti, che amava i romanzi di Victor Hugo e che
considerava la letteratura italiana dal punto di vista del proletariato "tenendo
conto del grado di istruzione a cui il proletariato può aspirare". Dopo Dante,
diceva Rovigatti, "il più grande poeta del mondo", quelli che erano venuti dopo
avevano scritto per signori roba da élite, salvo il Carducci del "Canto
dell'amore" o lo Stecchetti di certe invettive sociali. Ma Bruno Lattes non
rispondeva agli interrogativi di Rovigatti, riluttante perfino ad informare il ciabattino
sullo stato presente della letteratura nazionale. Eppure, in certi momenti, dimenticava la
propria tristezza e si sentiva quasi felice.
Clelia Trotti, invece, si rammaricava di una cultura che riteneva antiquata, che non
contemplava ancora nemmeno un libro di Benedetto Croce, forse per un residuo di diffidenza
socialista. Eppure da ragazza era molto appassionata di filosofia: Comte ,Spencer,
Ardigò , Haeckel. Capiva con amarezza di non poter insegnare nulla a Bruno -che conosceva
bene le opere di Croce- e che domani ci sarebbe stato bisogno di giovani come lui, che
fossero socialisti senza esserlo, in un contesto storico e politico inedito ed originale,
magari per dare del filo da torcere ai comunisti che si adoperavano per sottrarle quel po'
di base operaia e contadina che le era rimasta fedele, senza rendersi conto che anche
loro, soprattutto nei metodi, appartenevano ormai al passato. (Del resto, nella geografia
composta dei socialismi, c'era pure spazio per quel socialismo aristocratico capace di
coniugare giustizia e libertà , passato e presente, presente e futuro).
Questa era l'immagine di Clelia che Bruno Lattes aveva portato in America, dove si era
trasferito per insegnare letteratura italiana. Ora era tornato per assistere in Certosa ai
solenni e proletari funerali che la città, in occasione della traslazione della salma, a
tre anni dalla morte, dal cimitero di Codigoro. "Che non cambiasse mai, che restasse
sempre uguale a come l'aveva vista l'ultima volta, prima di andarsene, prima di tagliare
la corda e salvarsi
Questo avrebbe 'preteso' anche da lei, se lei intanto non fosse
morta".
Ma ora , in brevissimo tempo, invece tutto era cambiato attorno alla bara di Clelia
Trotti, circondata da una barriera di bandiere rosse in una ingannevole impressione di un
magico ritorno all'aria del '45. Quante per comparse perciò in Certosa, la fisionomia
bonaria ed avvilita degli zelanti vecchioni dell'Orfeonica, quelle patetiche sacerdotesse
del Socialismo stremate e restituite tra poco ai loro abituri della bassa ferrarese;
quella piccola squadra di nullità in marcia di antifascisti curvi e dimessi all'interno
di una cerimonia di polemiche inattualità; quell'uomo finito dell'onorevole Bottecchiari,
"un riformista alla Turati" come era già indicato con ironia dalla parte
comunista; quella generazione giovanile infine molto irriverente ed ignara di tutto.
Per la seconda volta così Bruno Lattes percepisce la "degenerazione progressiva di
ogni cosa", proprio come era accaduto prima della partenza per l'America, mentre
muove alla ricerca di Clelia Trotti, una vecchia, una sopravvissuta al cospetto di un
socialismo che non si era potuto conservare puro e intatto. "Che schifo, che
schifo", che "marciume", che "vergogna", diceva tra sé e sé
Bruno per le antiche strade tortuose della Ferrara medioevale, alla ricerca di un fantasma
allora, in prossimità di via Fondobanchetto dove abitava la maestra socialista , il suo
disagio e il suo disgusto scemavano, perfino quando risultavano vani i tentativi di
approccio e la quarantena si prolungava oltre ogni limite temporale ragionevole.
C'è da sottolineare comunque che Bruno Lattes, in definitiva, non è la persona
immaginata da Clelia Trotti giacchè inopinatamente abbandona Ferrara, non realizza i
fruttuosi contatti con i principali esponenti dell'antifascismo cittadino, non conosce ne
l'ex massimalista scorbutico (il notaio Lucci) né gli avvocati riformisti smaniosi di
fare (Baruffaldi, Polenghi e Tamagnini), non aggancia Nino il nipote dell'on.
Bottecchiari, dirigente del GUF e probabilmente già sedotto da qualche nuova "sirena
totalitaria". E poi c'erano ancora i repubblicani storici, i liberali , i cattolici,
i comunisti da avvicinare attraverso fruttuosi contatti progettati proprio da lei. Invece
Bruno parte, evade, senza rivelare la sua effettiva identità psicologica a Clelia Trotti,
ormai distante e perduta agli occhi di Bruno nel suo solitario ed eterno vagheggiamento di
reclusa. Può aiutare a capire il complesso rapporto fra la maestra ed il professore,
forse quell'epigrafe che precede il racconto. L'epigrafe, diceva Ugo Foscolo, ha il
compito di annunciare -quasi un lampo- la sostanza di un libro; è la chiave
interpretativa di un testo , un esergo, per dirla come Gèrard Genette , un confine cioè
del racconto, quanto di più vicino e connaturato al testo. Bassani, in questa
prospettiva, ricorre ad uno degli autori a lui più cari, ad Italo Svevo, per mettere
sotto luce l'intreccio complicato fra Bruno Lattes e Clelia Trotti: "Le persone di
cui si conquista l'affetto con l'imbroglio non si amano mai sinceramente. Io ricordo di un
moribondo che non accettò neppure di parlare con delle persone che lo amavano, perchè
egli aveva fatto credere loro di amarle".
E' allora un rimorso il ritorno di Bruno dall'America per assistere ai funerali che nella
sua retorica populista crea nuovi e altri motivi di dissenso nei confronti di Ferrara e
dei suoi nuovi dirigenti? E' probabile. Ma per fortuna Clelia Trotti non era cambiata, non
poteva più cambiare, nè vedere la degenerazione progressiva di ogni cosa. Restava nella
memoria la bella fanciulla emula di Anna Kuliscioff, l'impetuosa eroina della classe
operaia che sognava, a suo modo, la libertà.
Come non era cambiato, del resto, il personaggio della realtà, quella vecchia maestra
socialista -dice Bassani- "perseguitata per le sue idee, da me frequentata molto
spesso dal '36 al '43. Si chiamava Alda Costa. Legato com'ero a lei da relazioni di
amicizia e di comune fede politica, ho scritto questo racconto anche per
commemorarla". Altrove, e in tempo ormai lontani, chi vi parla ha avuto modo di
sottolineare la grandezza superiore del personaggio della storia , consapevole che , per
dirla come Lanfranco Caretti, nel complesso e molto elaborato iter narrativo di Bassani,
Ferrara è vista con occhi critici e impietosi, capaci di scoprire ormai solo la durezza
delle cose. E' il destino di Alda Costa costretta a vestire i panni di Clelia Trotti per
obbedire al gioco dell'invenzione poetica e della trasfigurazione artistica. Ma Alda Costa
per dirla con le parole di un avversario politico è rimasta sempre "una cattedra
ambulante", una maestra che volle sempre coniugare per tutti i suoi alunni e tutti i
genitori le ragioni della grammatica con quelle del pane, in una superiore sintesi di
magistero educativo e di autonomo impegno politico. Sino alla fine, e al pretore di
Copparo, negli ultimi istanti dell'esistenza , il 28 aprile del '44, a 68 anni, ha la
forza di dichiarare : "Dica ai miei compagni che sono rimasta fedele al mio ideale
". Per questo , forse, Bruno Lattes era tornato dall'America. Aveva tuttavia dentro
di sé, come Alda Costa, un'idea della lotta politica ai tempi nostri davvero
anacronistica e singolare. Meritano perciò entrambi, la maestra ed il professore, l'oblio
come condanna. E anche, infine, i loro tardi e patetici epigoni ancora sensibili alla
disperata lezione di remote, andate età. Grazie. |