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L'intervento di Paola Bassani alla tavola rotonda

 

Grazie.. io ringrazio come mio fratello tutte queste persone straordinarie che hanno permesso questa giornata dando vita a una specie di miracolo che tiene vivo nostro padre e lo onora.
Cosa posso dire? Posso dire che questo libro [L'Airone n.d.r.] lega un po' tutti noi, questo è senz'altro il romanzo che abbiamo vissuto più da vicino perché eravamo ragazzi e nostro padre ce lo ha letto un po' per volta in quei due anni in cui l'ha scritto, dal 66 al 68.
Il libro riflette sicuramente una crisi che mio padre deve aver trascorso, una crisi che risale a qualche anno dopo la composizione di Dietro la porta, nel 65-66; ma ciò che è straordinario nella mia memoria è ricordare come nello scrivere questo romanzo, mio padre fosse contento, superasse le difficoltà di quel triste periodo: per lui scrivere era una forma di liberazione.
Ce lo leggeva pezzo per pezzo, aggiungendo e togliendo dei brani interi, compiendo sacrifici su se stesso, sulla sua arte creativa in nome dell'equilibrio compositivo.
Io mi ricordo soprattutto di un passo meraviglioso che aveva scritto e che ha espunto dalla stesura definitiva: si riferiva alla caccia, quando Gavino mette i richiami nell'acqua; erano delle considerazioni che faceva Limentani sui richiami; questi gli davano il senso della nullità dell'esistenza, delle vanità della vita. questo brano è sopravvissuto in due o tre righe nelle quali Gavino è paragonato a una specie di burattinaio nei confronti dei richiami che sono appunto i suoi burattini. In realtà queste due righe erano all'inizio una pagina intera e mio padre, mi ricordo, ce la lesse suscitando il nostro entusiasmo perché era molto poetica. Eppure lui la tolse con un taglio chirurgico severissimo. Si era accorto che Limentani nella botte non poteva lasciarsi andare a delle considerazioni così liriche, così filosofiche. Era tutto ancora troppo legato agli oggetti, alla noiosa abitudinarietà della vita quotidiana. Quella riflessione poetica, che a me sembrava così bella, era da lui considerata come un elemento inutile e narcisistico che in fondo, mi disse, toglieva forza alla scena centrale del libro che è quella della vetrina dell'imbalsamatore:quello doveva essere il momento lirico per eccellenza.
Questa scelta stilistica di mio padre per me è stata fondamentale perché mi ha fatto comprendere il rigore con cui lavorava, la forza di non lasciarsi abbandonare ad una troppa semplice suggestione lirica: questo mi è servito nella vita, nel mio lavoro e mi ha formato.
Alla fine della stesura del libro, mi ricorderò sempre,nostro padre era sul sofà nella camera da pranzo e disse di aver scritto un testo orrendo: non lo avevo mai visto così fragile, così triste. Lo diede subito da leggere a Niccolò Gallo, suo amico di sempre, che lo seguiva in tutte le sue peregrinazioni poetiche, e poi a me. Io lo lessi finalmente tutto. La narrazione integrale mi stupiva, perché la conoscevo a pezzi. Devo dire che allora ero molto giovane e questo libro non ho osato leggerlo fino in fondo perché non riuscivo a staccare Limentani da mio padre... mi faceva troppo soffrire, non riuscivo a vederlo con l'obiettività necessaria ad un atteggiamento critico.
Lo lesse in questo modo, invece, Niccolò Gallo che gli ha detto che era un libro bellissimo; quanto a me, mi ricordo, gli dissi che era un libro molto bello, ma non ne volli troppo parlare.
L'ho riletto adesso che le cose sono cambiate. L'ho potuto leggere con la distanza che gli anni mi hanno concesso e mi sono estremamente commossa. Grazie.

Trascrizione, a cura del personale della Biblioteca Comunale "Giorgio Bassani" di Codigoro, dalla registrazione dell'intervento orale.

 

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