Due giganti nella storia della Abbazia di Pomposa
 
  
 
L'evangelizzazione di Codigoro e del suo territorio, compreso fra il Goro ad ovest e a nord, il Po di Volano a sud e il mare ad est, avviene dopo le guerre gotiche (535-555), che opposero i bizantini alle popolazioni barbariche che avevano occupato Ravenna. L'iniziativa è presa probabilmente dal papa, su terreno fiscale di Roma, verso la fine del 6. secolo.
I primi religiosi si attestano in un luogo chiamato Pomposia o Pompusia, a circa tre miglia ad est dal centro abitato di Codigoro, sorto in età antichissima lungo la stessa linea di costa dell'etrusca Spina, nel punto dove il Goro (Gaurus) usciva dal Po di Volano (Olana). E' proprio questa particolare posizione geografica che dà il nome al centro abitato, sia nell'antichità, quando era documentato quale punto di riferimento della via Popilia nel 121 a.C. (quando veniva chiamata Cornua Olani), che nel medioevo (quando viene chiamata Caput Gauri).
Al tempo dell'arrivo dei primi monaci la spiritualità locale risentiva ancora fortemente della influenza pagana, come attesta, secoli addietro, l'ara di Codigoro ritrovata nel 1791 nei pressi del Palazzo del Vescovo, dedicata da L.Vitruvio Euthetus alle Giunioni (Mommsen, Corpus Inscripionum latinarum p. 228 n.2380), divinità celtico-romane delle campagne. Non a caso la chiesa plebana di Codigoro viene dedicata a San Martino di Tours, indefesso propugnatore della evangelizzazione delle campagne contro le persistenti superstizioni pagane e fondatore del primo monastero in Italia, a Milano, nella seconda metà del 5. secolo.
Distrutta la prima cappella del 6. secolo e dispersi i suoi monaci dalle invasioni ungare della fine dell'8. secolo, l'insediamento religioso di Codigoro resta muto per quasi un secolo. Si hanno di nuovo notizie di Pomposa in un frammento di lettera del 29 gennaio 874 con la quale papa Giovanni VIII rivendica vari monasteri e luoghi del territorio ferrarese-ravennate tra i quali, il principale, quello di Pomposa.
Da quel momento le notizie su Pomposa appaiono in svariati documenti che si susseguono senza sosta, molti relativi a rivendicazioni territoriali avanzate dai poteri civili e religiosi circostanti, fino a giungere a quello dell'11 novembre 1001, quando l'imperatore Ottone III -dopo una visita a Pomposa del 4 aprile dello stesso anno, preparata da San Romualdo presente oltre a lui, anche Bruno di Querfurt, cugino dell'imperatore- dichiara il monastero "Abbazia Imperiale". Nel diploma imperiale, oltre a sancire l'indipendenza del monastero, l'imperatore ammoniva tutti coloro che avanzavano pretese su Pomposa affinché smettessero di molestare i suoi monaci. Il monito era riferito esplicitamente ai ferraresi, ai ravennati e ai comacchiesi, preoccupati della crescita del potere abbaziale nel delta del Po.
Da quel momento lo sviluppo economico e spirituale del monastero di Santa Maria della Pomposa procede senza interruzioni; in particolare dopo la nomina ad abate, sostenuta dall'autorevole monaco e già abate Martino, del ravennate Guido degli Strambiati nel 1008, dopo la morte dell'abate Giovanni.
Con l'abate Guido, Pomposa rafforza la sua posizione giuridica ed economica, ottiene nuovi privilegi ed immunità, si assicura donazioni e contratti di enfiteusi che renderanno produttiva l'attività agricola e solido il radicamento della popolazione sul vasto territorio dell'Insula Pomposiana. Aumenta in modo esponenziale il numero dei monaci, ai quali viene offerta la possibilità di progredire nella virtù e di addestrarsi nella "dominici schola servitii"; di fare di Pomposa, in ultima analisi, un centro di cultura, di arte e di diffusione della riforma dei costumi.
Questa decisa impronta organizzativa di stampo romualdino, perfezionata sotto il profilo materiale e spirituale da Guido, gli assicura la fiducia del papa che il 6 luglio del 1013 concede a Pomposa un diploma, attribuendole ricche donazioni e privilegi. Tra queste donazioni e privilegi, il papa Benedetto VIII concesse in dono all'abbazia di Pomposa la corte di Lagosanto e il diritto di pesca nel Po di Volano. Riconfermò inoltre il possesso di altri beni come quelli della corte Materaria e i terreni lungo la riva del Lamone in Prada di Faenza.
All'inizio dell'anno successivo, Pomposa ricevette ulteriori donazioni, questa volta dall'imperatore Enrico II, propugnatore come Ottone III della moralizzazione della chiesa e dei suoi esponenti; egli era di passaggio a Ravenna dove aveva deposto il vescovo Adalberto per sostituirlo con suo fratello Arnoldo.
Prima di tornare in Germania, proveniente da Roma, dove si era fatto incoronare imperatore, Enrico II si fermò a Verona, il 22 maggio 1014; qui l'imperatore emise un ulteriore diploma in cui riconfermava i beni di Pomposa sia all'interno dell'Insula che all'esterno della stessa nei territori ravennati, forlivesi e faentini.
Alla fine dello stesso anno, un rappresentante dell'abate dovette difendere in giudizio i diritti del monastero sulla corte di Lagosanto nei confronti dei comacchiesi i quali, da sempre, hanno considerato la prosperità di Pomposa e del suo territorio, una sventura per Comacchio.
Rispetto a questo ultimo centro, nato anch'esso come Pomposa, durante o poco dopo la fine delle guerre gotiche tra il VI e VII secolo, ed alla moralità del suo vescovo Giovanni, che governò la diocesi dal 1003 al 1016, San Pier Damiani (che a Pomposa visse due anni) narra un aneddoto significativo:
 
"Giovanni, il quale avendo già da tempo promesso di convertirsi a vita migliore, rimandava di anno in anno tale conversione. Ora, un giorno gli capitò di trovarsi in un suo fondo, situato in collina, e mentre passeggiava nel bosco vide pascolare nel suo terreno un maiale, appartenente ad una povera vedova; la donna lo ingrassava così di frodo e ne nutriva speranza per il proprio sostentamento. Ma nessuna ragione fu valida per Giovanni, il quale fece prendere l'animale e ordinò di allestire lo spiedo, poiché se lo sarebbe mangiato arrosto. La povera donna prese a piangere e a supplicare, offrendo anche di risarcire i danni; niente! Il presule, più sensibile agli allettamenti della gola che alle lagrime della povera donna, rimase fermo nel suo proposito e si fece servire quel piatto prelibato. Senonchè il Giudice divino, che nella Scrittura aveva comandato di venire in soccorso degli umili e di difendere le vedove, fece giustizia di tutto. Mentre infatti il vescovo, beato, strava consumando il suo pasto, fu preso da un improvviso mal di gola, sì grave che nessuna arte di medico riuscì a lenire. Tormentato dal male, si decise finalmente di lasciare le insegne episcopali e di vestire l'umile abito del monaco nel monastero di Pomposa. Visse ancora per alcuni anni; il male alla gola non lo lasciò mai; e tanto ne ebbe a soffrire che ogni giorno era costretto ad attardarsi a tavola per poter inghiottire il cibo sufficiente a soddisfare lo stomaco".
 
Per valutare il contesto non facile in cui stava crescendo il prestigio spirituale e la forza economica di Pomposa, è utile conoscere anche un altro episodio, che ebbe protagonista Eriberto, arcivescovo di Ravenna.
L'arcivescovo, che era succeduto ad Arnoldo nel 1019, occupò la sede di Ravenna per circa 8 anni, fino al 1027.
Nel 1020 si era recato in Germania insieme al papa Benedetto VIII alla consacrazione della nuova cattedrale di Bamberga, che si tenne il 17 aprile di quell'anno.
Negli anni successivi aveva cominciato a nutrire, forse per i privilegi che man mano acquisiva Pomposa e la voglia di autonomia che la caratterizzava, una profonda avversione verso il monastero codigorese, al punto da attraversare il Po di Volano con una schiera di soldati per distruggerlo. Alla notizia di questa gravissima minaccia i monaci furono presi da viva apprensione e Guido, il santo abate, non ebbe altra scelta che quella di far ricorso alla penitenza e alla preghiera. Tutti i monaci, indistintamente, deposero gli abiti di lana di cui normalmente si coprivano e si vestirono di ruvido sacco. Poi cinsero il cilicio e per tre giorni fecero una dura penitenza; stavano scalzi, si nutrivano solamente con l'acqua e pane d'orzo, flagellandosi reciprocamente nella sala del capitolo e giacevano o sedevano sulla nuda terra.
Questa attestazione estrema di fede e di umiltà riuscì a smuovere l'animo dell'arcivescovo. Eriberto, benché avvicinatosi al monastero con gli armati ed animato delle peggiori intenzioni, accettò di entrare in chiesa e là, prostrato in preghiera, fu disarmato dalla grazia.
Questa minaccia chiarì a Guido quanto fosse necessario assicurarsi ulteriori appoggi da parte dell'imperatore e del papa dai quali ottenne rispettivamente un diploma di conferma di privilegi e donazioni in data 22 giugno 1022 e, subito dopo, una bolla di privilegi e riconoscimenti da Montecassino dove si trovava il pontefice.
Da questo momento la crescita in ricchezza e prestigio dell'abbazia proseguì molto più speditamente e l'abate Guido potè dedicarsi finalmente alla ristrutturazione del monastero e della sua chiesa di cui celebrò la riconsacrazione il 7 maggio del 1026 alla presenza dell'antico nemico Eriberto, l'arcivescovo di Ravenna diventato protettore della abbazia.
Pomposa godette del favore di Ravenna anche con il successore di Eriberto, Gebeardo di Eichstatt, già cappellano o cancelliere al seguito dell'imperatore Corrado, che viene nominato arcivescovo verso la fine del 1027 e lì rimase fino alla morte nel 1044. Gebeardo rimase sempre fedele all'imperatore il quale a sua volta riponeva in lui la massima fiducia per la stabilizzazione ed il controllo politico di quest'area italiana dopo la ribellione di Ravenna all'imperatore nell'estate del 1026.
L'arcivescovo fu probabilmente impegnato anche a capeggiare, insieme a Bonifacio di Canossa e Ariberto d'Intimiano, l'esercito dei signori, laici ed ecclesiastici giunti dall'Italia in soccorso dello schieramento imperiale in guerra contro il duca di Blois in Borgogna, nella primavera del 1034.
Gebeardo fu un grande arcivescovo, che mantenne l'alleanza della diocesi ravennate con l'impero e, contemporaneamente, fu un sostenitore delle correnti riformatrici spirituali interne alla chiesa; stimatissimo da San Pier Damiani che lo considerò un garante per la corretta vita religiosa e monastica, favorì sviluppo e l'assegnazione di numerosi privilegi alla sua diocesi, promuovendo importanti interventi architettonici sia in città (dove fece costruire tra l'altro il campanile della cattedrale di Ravenna e la chiesa di Sant'Andrea, oggi scomparsa), sia nelle pievi rurali; infine, fu rispettoso nei confronti delle istituzioni monastiche.
Verso Pomposa nutrì un particolare benevolenza, testimoniata da alcuni episodi tra i quali quello nel quale egli, incaricato dal papa Giovanni XIX di verificare alcune dicerie malevoli sulla condotta dei monaci pomposiani, si reca all'abbazia dove si rende subito conto che le accuse erano infondate e diventa amico e sostenitore dei monaci codigoresi.
Un altro episodio ancora dimostra quanto fossero cambiati i tempi rispetto ai suoi predecessori, che male accettavano i privilegi e le esenzioni ottenuti da Pomposa: proprio Gebeardo raccomanda all'imperatore la richiesta dell'Abate Guido di annullare un precedente diploma imperiale del 1027, che concedeva ai monaci di Pavia il dominio su Pomposa.
Il legame con Pomposa doveva rinsaldarsi sempre di più col passare del tempo, grazie all'abilità di Guido, alle riforme di san Romualdo, alla presenza in Pomposa di san Pier Damiani, grande riformatore dei costumi della chiesa in perfetta sintonia con la politica antisimoniaca di Gebeardo. Damiani, di ritorno da Pomposa nel 1042, fu richiesto da Gebeardo a Ravenna, forse come suo successore, ma il santo era già stato nominato priore di Fonte Avellana. Nel 1031 l'arcivescovo arricchì l'abbazia con numerose donazioni nel corso del Sinodo di Tamara, tra le quali la chiesa di Ostellato e i piccoli monasteri della zona di San Vitale.
Nel 1037 la protezione dell'arcivescovo garantì a Pomposa un decreto di concessione patrimoniale da parte dell'imperatore e, il 30 aprile 1042, Guido ottenne per Pomposa da parte dell'arcivescovo altre donazioni durante il Sinodo di Ferrara celebrato nella cattedrale di san Giorgio.
Tale fu l'affettuoso rapporto tra l'arcivescovo e l'abbazia diretta da san Guido da essere raffigurato negli affreschi trecenteschi del refettorio attribuiti a Pietro da Rimini nella famosa immagine agiografica della cena miracolosa, quando san Guido trasformò l'acqua, contenuta nel bicchiere di Gebeardo, in vino.
Gebeardo si intratteneva frequentemente e volentieri a Pomposa al punto da far pensare ad alcuni storici che, negli ultimi anni della sua vita, si sia fatto monaco a Pomposa. Sicuramente espresse nel suo testamento la volontà di essere sepolto a Pomposa, nel capitolo dell'abbazia come un monaco della comunità.
Infatti, quando morì, il 16 febbraio 1044 venne sepolto in quel luogo, da dove venne spostato nella chiesa il 14 giugno 1630, come testimoniato dalla epigrafe sulla sua tomba che recita le seguenti parole:
 
"Pontificis magni corpus iacet hic Gebehardi,
per quem sancta domus crevit et iste locus.
Plurima donavit, quae tali lege ligavit:
quae patitur Judas, raptor et ipse luat."
 
Questo anatema, che paragona a Giuda chiunque avesse tentato di privare Pomposa delle donazioni ricevute, compare anche nel testo finale del Sinodo di Ferrara del 1042.
Gebeardo lasciava non solo a Pomposa, dove i monaci l'avrebbero ricordato per sempre con grande gratitudine, ma anche a Ravenna, un grande vuoto. Aveva portato di nuovo la città ad un ruolo di preminenza fra le chiese nel mondo, dopo Roma, come riconosciuto nel concilio del gennaio 1047.
Della sua morte, l'abbazia di Pomposa informò i monasteri bavaresi di Lindau, l'abbazia femminile inferiore di Regensburg (oggi, Niedermuenster) e St. Gallen per l'iscrizione dell'arcivescovo nel libro dei morti.
Due anni dopo moriva anche San Guido, ormai ottantenne, a Borgo San Donnino (Fidenza), mentre si recava ad un sinodo convocato a Pavia dall'imperatore Enrico III, che teneva in gran conto il consiglio dell'abate pomposiano.
Con la scomparsa di questi due grandi personaggi, l'abbazia perde due straordinari fautori del suo sviluppo, il cui sodalizio politico-spirituale rappresentò uno dei momenti più alti e qualificanti della sua storia secolare.
Ma prima che le sempre rintuzzate, ma mai del tutto sconfitte, cupidigie dei poteri civili e religiosi che la accerchiavano -i ferraresi-/estensi prima e i comacchiesi poi- decretassero, insieme al mutamento delle condizioni storiche, idrogeologiche e climatiche, il declino definitivo dell'abbazia benedettina, dovevano trascorrere ancora alcuni luminosi secoli.
Degni successori di San Guido a capo della abbazia furono Mainardo, Girolamo, Alberto, Giovanni, Rainerio, Filippo, Giacomo e tanti altri, che contribuirono alla crescita ed allo sviluppo del monastero, di Codigoro e di tutti i centri dell'Insula Pomposiana.
Tra gli eventi che caratterizzarono la vita del regale monastero codigorese dopo San Guido, figurano tra l'altro la costruzione nel 1063 della splendida torre campanaria con cui fu impreziosita la già bellissima chiesa; l'allestimento del quadriportico del chiostro; l'erezione dello splendido il Palazzo della Ragione, sede del potere civile dell'abbazia; la decorazione delle pareti della abbazia con gli stupendi cicli pittorici dei migliori artisti del tempo; l'arricchimento della biblioteca abbaziale con i preziosissimi testi contenuti nell'inventario del 1093 tanto da far definire il monastero "In Italia primum"; la tessitura di importanti contatti culturali con prestigiose città italiane e straniere; la promozione, attraverso la redazione di un copioso numero di contratti agrari, delle opere di bonifica del territorio dalla boscaglia e dalle acque; la predisposizione, con grande lungimiranza, di straordinarie opere idrauliche per la tutela della agricoltura e della vita civile nei centri dell'Isola Pomposiana, dopo la terribile rotta di Ficarolo del 1152; la redazione degli statuti di Codigoro, primo comune rurale del ferrarese nel 1295; la presenza a Pomposa del meglio degli artisti, letterati, studiosi e religiosi di ogni tempo, che arricchirono con il loro altissimo contributo la vita e la cultura della civiltà europea.
La luce che San Guido e Gebeardo accesero a Pomposa quasi mille anni fa, e che da Codigoro, nel centro del delta del Po, si irradiò come un faro di spiritualità e di cultura in tutto il mondo, è giunta fino a noi e rischiara ancora il nostro cammino.
 
Daniele Rossi
  
 
Bibliografia:
 
- Samaritani A., Statuta Pomposiae, 1958
- Samaritani A., Regesta Pomposiae, 1963
- Simonini A., La chiesa ravennate, 1964
- Atti del primo convegno internazionale di studi storici pomposiani, 1965
- Bellini L., I vescovi di Comacchio nel primo millennio, 1967
- Zucchini M., L'agricoltura ferrarese attraverso i secoli, 1967
- Samaritani A., Medievalia e altri studi, 1970
- La civiltà comacchiese e pomposiana, 1986
- Samaritani A., Presenza monastica ed ecclesiale di Pomposa nell'Italia centrosettentrionale. Secoli X-XIV, 1996
- Centro Italiano di Studi Pomposiani, Studi di liturgia agiografia e riforma medievali, 1967
- Laghi P., S. Guido Abbate di Pomposa, 2000
 
 
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Data ultimo aggiornamento: 20/11/2017
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