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DUE GIGANTI
NELLA STORIA
DELL'ABBAZIA DI POMPOSA:
GUIDO
DEGLI STRAMBIATI E GEBEARDO DI EICHSTATT
Ricerca storico -
divulgativa
a cura di
Daniele Rossi
Codigoro, Ottobre 2005
L'evangelizzazione di Codigoro e del
suo territorio, compreso fra il Goro ad ovest e a nord, il Po di
Volano a sud e il mare ad est, avviene dopo le guerre gotiche
(535-555), che opposero i bizantini alle popolazioni barbariche che
avevano occupato Ravenna. L'iniziativa è presa probabilmente dal
papa, su terreno fiscale di Roma, verso la fine del 6. secolo.
I primi religiosi si attestano in un luogo chiamato Pomposia o
Pompusia, a circa tre miglia ad est dal centro abitato di Codigoro,
sorto in età antichissima lungo la stessa linea di costa
dell'etrusca Spina, nel punto dove il Goro (Gaurus) usciva dal Po di
Volano (Olana). E' proprio questa particolare posizione geografica
che dà il nome al centro abitato, sia nell'antichità, quando era
documentato quale punto di riferimento della via Popilia nel 121
a.C. (quando veniva chiamata Cornua Olani), che nel medioevo (quando
viene chiamata Caput Gauri).
Al tempo dell'arrivo dei primi monaci la spiritualità locale
risentiva ancora fortemente della influenza pagana, come attesta,
secoli addietro, l'ara di Codigoro ritrovata nel 1791 nei pressi del
Palazzo del Vescovo, dedicata da L.Vitruvio Euthetus alle Giunioni
(Mommsen, Corpus Inscripionum latinarum p. 228 n.2380), divinità
celtico-romane delle campagne. Non a caso la chiesa plebana di
Codigoro viene dedicata a San Martino di Tours, indefesso
propugnatore della evangelizzazione delle campagne contro le
persistenti superstizioni pagane e fondatore del primo monastero in
Italia, a Milano, nella seconda metà del 5. secolo.
Distrutta la prima cappella del 6. secolo e dispersi i suoi monaci
dalle invasioni ungare della fine dell'8. secolo, l'insediamento
religioso di Codigoro resta muto per quasi un secolo. Si hanno di
nuovo notizie di Pomposa in un frammento di lettera del 29 gennaio
874 con la quale papa Giovanni VIII rivendica vari monasteri e
luoghi del territorio ferrarese-ravennate tra i quali, il
principale, quello di Pomposa.
Da quel momento le notizie su Pomposa appaiono in svariati documenti
che si susseguono senza sosta, molti relativi a rivendicazioni
territoriali avanzate dai poteri civili e religiosi circostanti,
fino a giungere a quello dell'11 novembre 1001, quando l'imperatore
Ottone III -dopo una visita a Pomposa del 4 aprile dello stesso
anno, preparata da San Romualdo presente oltre a lui, anche Bruno di
Querfurt, cugino dell'imperatore- dichiara il monastero
"Abbazia Imperiale". Nel diploma imperiale, oltre a
sancire l'indipendenza del monastero, l'imperatore ammoniva tutti
coloro che avanzavano pretese su Pomposa affinché smettessero di
molestare i suoi monaci. Il monito era riferito esplicitamente ai
ferraresi, ai ravennati e ai comacchiesi, preoccupati della crescita
del potere abbaziale nel delta del Po.
Da quel momento lo sviluppo economico e spirituale del monastero di
Santa Maria della Pomposa procede senza interruzioni; in particolare
dopo la nomina ad abate, sostenuta dall'autorevole monaco e già
abate Martino, del ravennate Guido degli Strambiati nel 1008, dopo
la morte dell'abate Giovanni.
Con l'abate Guido, Pomposa rafforza la sua posizione giuridica ed
economica, ottiene nuovi privilegi ed immunità, si assicura
donazioni e contratti di enfiteusi che renderanno produttiva
l'attività agricola e solido il radicamento della popolazione sul
vasto territorio dell'Insula Pomposiana. Aumenta in modo
esponenziale il numero dei monaci, ai quali viene offerta la
possibilità di progredire nella virtù e di addestrarsi nella
"dominici schola servitii"; di fare di Pomposa, in ultima
analisi, un centro di cultura, di arte e di diffusione della riforma
dei costumi.
Questa decisa impronta organizzativa di stampo romualdino,
perfezionata sotto il profilo materiale e spirituale da Guido, gli
assicura la fiducia del papa che il 6 luglio del 1013 concede a
Pomposa un diploma, attribuendole ricche donazioni e privilegi. Tra
queste donazioni e privilegi, il papa Benedetto VIII concesse in
dono all'abbazia di Pomposa la corte di Lagosanto e il diritto di
pesca nel Po di Volano. Riconfermò inoltre il possesso di altri
beni come quelli della corte Materaria e i terreni lungo la riva del
Lamone in Prada di Faenza.
All'inizio dell'anno successivo, Pomposa ricevette ulteriori
donazioni, questa volta dall'imperatore Enrico II, propugnatore come
Ottone III della moralizzazione della chiesa e dei suoi esponenti;
egli era di passaggio a Ravenna dove aveva deposto il vescovo
Adalberto per sostituirlo con suo fratello Arnoldo.
Prima di tornare in Germania, proveniente da Roma, dove si era fatto
incoronare imperatore, Enrico II si fermò a Verona, il 22 maggio
1014; qui l'imperatore emise un ulteriore diploma in cui
riconfermava i beni di Pomposa sia all'interno dell'Insula che
all'esterno della stessa nei territori ravennati, forlivesi e
faentini.
Alla fine dello stesso anno, un rappresentante dell'abate dovette
difendere in giudizio i diritti del monastero sulla corte di
Lagosanto nei confronti dei comacchiesi i quali, da sempre, hanno
considerato la prosperità di Pomposa e del suo territorio, una
sventura per Comacchio.
Rispetto a questo ultimo centro, nato anch'esso come Pomposa,
durante o poco dopo la fine delle guerre gotiche tra il VI e VII
secolo, ed alla moralità del suo vescovo Giovanni, che governò la
diocesi dal 1003 al 1016, San Pier Damiani (che a Pomposa visse due
anni) narra un aneddoto significativo:
"Giovanni, il quale avendo già
da tempo promesso di convertirsi a vita migliore, rimandava di anno
in anno tale conversione. Ora, un giorno gli capitò di trovarsi in
un suo fondo, situato in collina, e mentre passeggiava nel bosco
vide pascolare nel suo terreno un maiale, appartenente ad una povera
vedova; la donna lo ingrassava così di frodo e ne nutriva speranza
per il proprio sostentamento. Ma nessuna ragione fu valida per
Giovanni, il quale fece prendere l'animale e ordinò di allestire lo
spiedo, poiché se lo sarebbe mangiato arrosto. La povera donna
prese a piangere e a supplicare, offrendo anche di risarcire i
danni; niente! Il presule, più sensibile agli allettamenti della
gola che alle lagrime della povera donna, rimase fermo nel suo
proposito e si fece servire quel piatto prelibato. Senonchè il
Giudice divino, che nella Scrittura aveva comandato di venire in
soccorso degli umili e di difendere le vedove, fece giustizia di
tutto. Mentre infatti il vescovo, beato, strava consumando il suo
pasto, fu preso da un improvviso mal di gola, sì grave che nessuna
arte di medico riuscì a lenire. Tormentato dal male, si decise
finalmente di lasciare le insegne episcopali e di vestire l'umile
abito del monaco nel monastero di Pomposa. Visse ancora per alcuni
anni; il male alla gola non lo lasciò mai; e tanto ne ebbe a
soffrire che ogni giorno era costretto ad attardarsi a tavola per
poter inghiottire il cibo sufficiente a soddisfare lo stomaco".
Per valutare il contesto non facile
in cui stava crescendo il prestigio spirituale e la forza economica
di Pomposa, è utile conoscere anche un altro episodio, che ebbe
protagonista Eriberto, arcivescovo di Ravenna.
L'arcivescovo, che era succeduto ad Arnoldo nel 1019, occupò la
sede di Ravenna per circa 8 anni, fino al 1027.
Nel 1020 si era recato in Germania insieme al papa Benedetto VIII
alla consacrazione della nuova cattedrale di Bamberga, che si tenne
il 17 aprile di quell'anno.
Negli anni successivi aveva cominciato a nutrire, forse per i
privilegi che man mano acquisiva Pomposa e la voglia di autonomia
che la caratterizzava, una profonda avversione verso il monastero
codigorese, al punto da attraversare il Po di Volano con una schiera
di soldati per distruggerlo. Alla notizia di questa gravissima
minaccia i monaci furono presi da viva apprensione e Guido, il santo
abate, non ebbe altra scelta che quella di far ricorso alla
penitenza e alla preghiera. Tutti i monaci, indistintamente,
deposero gli abiti di lana di cui normalmente si coprivano e si
vestirono di ruvido sacco. Poi cinsero il cilicio e per tre giorni
fecero una dura penitenza; stavano scalzi, si nutrivano solamente
con l'acqua e pane d'orzo, flagellandosi reciprocamente nella sala
del capitolo e giacevano o sedevano sulla nuda terra.
Questa attestazione estrema di fede e di umiltà riuscì a smuovere
l'animo dell'arcivescovo. Eriberto, benché avvicinatosi al
monastero con gli armati ed animato delle peggiori intenzioni,
accettò di entrare in chiesa e là, prostrato in preghiera, fu
disarmato dalla grazia.
Questa minaccia chiarì a Guido quanto fosse necessario assicurarsi
ulteriori appoggi da parte dell'imperatore e del papa dai quali
ottenne rispettivamente un diploma di conferma di privilegi e
donazioni in data 22 giugno 1022 e, subito dopo, una bolla di
privilegi e riconoscimenti da Montecassino dove si trovava il
pontefice.
Da questo momento la crescita in ricchezza e prestigio dell'abbazia
proseguì molto più speditamente e l'abate Guido potè dedicarsi
finalmente alla ristrutturazione del monastero e della sua chiesa di
cui celebrò la riconsacrazione il 7 maggio del 1026 alla presenza
dell'antico nemico Eriberto, l'arcivescovo di Ravenna diventato
protettore della abbazia.
Pomposa godette del favore di Ravenna anche con il successore di
Eriberto, Gebeardo di Eichstatt, già cappellano o cancelliere al
seguito dell'imperatore Corrado, che viene nominato arcivescovo
verso la fine del 1027 e lì rimase fino alla morte nel 1044.
Gebeardo rimase sempre fedele all'imperatore il quale a sua volta
riponeva in lui la massima fiducia per la stabilizzazione ed il
controllo politico di quest'area italiana dopo la ribellione di
Ravenna all'imperatore nell'estate del 1026.
L'arcivescovo fu probabilmente impegnato anche a capeggiare, insieme
a Bonifacio di Canossa e Ariberto d'Intimiano, l'esercito dei
signori, laici ed ecclesiastici giunti dall'Italia in soccorso dello
schieramento imperiale in guerra contro il duca di Blois in
Borgogna, nella primavera del 1034.
Gebeardo fu un grande arcivescovo, che mantenne l'alleanza della
diocesi ravennate con l'impero e, contemporaneamente, fu un
sostenitore delle correnti riformatrici spirituali interne alla
chiesa; stimatissimo da San Pier Damiani che lo considerò un
garante per la corretta vita religiosa e monastica, favorì sviluppo
e l'assegnazione di numerosi privilegi alla sua diocesi, promuovendo
importanti interventi architettonici sia in città (dove fece
costruire tra l'altro il campanile della cattedrale di Ravenna e la
chiesa di Sant'Andrea, oggi scomparsa), sia nelle pievi rurali;
infine, fu rispettoso nei confronti delle istituzioni monastiche.
Verso Pomposa nutrì un particolare benevolenza, testimoniata da
alcuni episodi tra i quali quello nel quale egli, incaricato dal
papa Giovanni XIX di verificare alcune dicerie malevoli sulla
condotta dei monaci pomposiani, si reca all'abbazia dove si rende
subito conto che le accuse erano infondate e diventa amico e
sostenitore dei monaci codigoresi.
Un altro episodio ancora dimostra quanto fossero cambiati i tempi
rispetto ai suoi predecessori, che male accettavano i privilegi e le
esenzioni ottenuti da Pomposa: proprio Gebeardo raccomanda
all'imperatore la richiesta dell'Abate Guido di annullare un
precedente diploma imperiale del 1027, che concedeva ai monaci di
Pavia il dominio su Pomposa.
Il legame con Pomposa doveva rinsaldarsi sempre di più col passare
del tempo, grazie all'abilità di Guido, alle riforme di san
Romualdo, alla presenza in Pomposa di san Pier Damiani, grande
riformatore dei costumi della chiesa in perfetta sintonia con la
politica antisimoniaca di Gebeardo. Damiani, di ritorno da Pomposa
nel 1042, fu richiesto da Gebeardo a Ravenna, forse come suo
successore, ma il santo era già stato nominato priore di Fonte
Avellana. Nel 1031 l'arcivescovo arricchì l'abbazia con numerose
donazioni nel corso del Sinodo di Tamara, tra le quali la chiesa di
Ostellato e i piccoli monasteri della zona di San Vitale.
Nel 1037 la protezione dell'arcivescovo garantì a Pomposa un
decreto di concessione patrimoniale da parte dell'imperatore e, il
30 aprile 1042, Guido ottenne per Pomposa da parte dell'arcivescovo
altre donazioni durante il Sinodo di Ferrara celebrato nella
cattedrale di san Giorgio.
Tale fu l'affettuoso rapporto tra l'arcivescovo e l'abbazia diretta
da san Guido da essere raffigurato negli affreschi trecenteschi del
refettorio attribuiti a Pietro da Rimini nella famosa immagine
agiografica della cena miracolosa, quando san Guido trasformò
l'acqua, contenuta nel bicchiere di Gebeardo, in vino.
Gebeardo si intratteneva frequentemente e volentieri a Pomposa al
punto da far pensare ad alcuni storici che, negli ultimi anni della
sua vita, si sia fatto monaco a Pomposa. Sicuramente espresse nel
suo testamento la volontà di essere sepolto a Pomposa, nel capitolo
dell'abbazia come un monaco della comunità.
Infatti, quando morì, il 16 febbraio 1044 venne sepolto in quel
luogo, da dove venne spostato nella chiesa il 14 giugno 1630, come
testimoniato dalla epigrafe sulla sua tomba che recita le seguenti
parole:
"Pontificis magni
corpus iacet hic Gebehardi,
per quem sancta domus crevit et iste locus.
Plurima donavit, quae tali lege ligavit:
quae patitur Judas, raptor et ipse luat."
Questo anatema, che paragona a Giuda
chiunque avesse tentato di privare Pomposa delle donazioni ricevute,
compare anche nel testo finale del Sinodo di Ferrara del 1042.
Gebeardo lasciava non solo a Pomposa, dove i monaci l'avrebbero
ricordato per sempre con grande gratitudine, ma anche a Ravenna, un
grande vuoto. Aveva portato di nuovo la città ad un ruolo di
preminenza fra le chiese nel mondo, dopo Roma, come riconosciuto nel
concilio del gennaio 1047.
Della sua morte, l'abbazia di Pomposa informò i monasteri bavaresi
di Lindau, l'abbazia femminile inferiore di Regensburg (oggi,
Niedermuenster) e St. Gallen per l'iscrizione dell'arcivescovo nel
libro dei morti.
Due anni dopo moriva anche San Guido, ormai ottantenne, a Borgo San
Donnino (Fidenza), mentre si recava ad un sinodo convocato a Pavia
dall'imperatore Enrico III, che teneva in gran conto il consiglio
dell'abate pomposiano.
Con la scomparsa di questi due grandi personaggi, l'abbazia perde
due straordinari fautori del suo sviluppo, il cui sodalizio
politico-spirituale rappresentò uno dei momenti più alti e
qualificanti della sua storia secolare.
Ma prima che le sempre rintuzzate, ma mai del tutto sconfitte,
cupidigie dei poteri civili e religiosi che la accerchiavano -i
ferraresi-/estensi prima e i comacchiesi poi- decretassero, insieme
al mutamento delle condizioni storiche, idrogeologiche e climatiche,
il declino definitivo dell'abbazia benedettina, dovevano trascorrere
ancora alcuni luminosi secoli.
Degni successori di San Guido a capo della abbazia furono Mainardo,
Girolamo, Alberto, Giovanni, Rainerio, Filippo, Giacomo e tanti
altri, che contribuirono alla crescita ed allo sviluppo del
monastero, di Codigoro e di tutti i centri dell'Insula Pomposiana.
Tra gli eventi che caratterizzarono la vita del regale monastero
codigorese dopo San Guido, figurano tra l'altro la costruzione nel
1063 della splendida torre campanaria con cui fu impreziosita la
già bellissima chiesa; l'allestimento del quadriportico del
chiostro; l'erezione dello splendido il Palazzo della Ragione, sede
del potere civile dell'abbazia; la decorazione delle pareti della
abbazia con gli stupendi cicli pittorici dei migliori artisti del
tempo; l'arricchimento della biblioteca abbaziale con i
preziosissimi testi contenuti nell'inventario del 1093 tanto da far
definire il monastero "In Italia primum"; la tessitura di
importanti contatti culturali con prestigiose città italiane e
straniere; la promozione, attraverso la redazione di un copioso
numero di contratti agrari, delle opere di bonifica del territorio
dalla boscaglia e dalle acque; la predisposizione, con grande
lungimiranza, di straordinarie opere idrauliche per la tutela della
agricoltura e della vita civile nei centri dell'Isola Pomposiana,
dopo la terribile rotta di Ficarolo del 1152; la redazione degli
statuti di Codigoro, primo comune rurale del ferrarese nel 1295; la
presenza a Pomposa del meglio degli artisti, letterati, studiosi e
religiosi di ogni tempo, che arricchirono con il loro altissimo
contributo la vita e la cultura della civiltà europea.
La luce che San Guido e Gebeardo accesero a Pomposa quasi mille anni
fa, e che da Codigoro, nel centro del delta del Po, si irradiò come
un faro di spiritualità e di cultura in tutto il mondo, è giunta
fino a noi e rischiara ancora il nostro cammino.
DANIELE ROSSI
Bibliografia:
- Samaritani A., Statuta Pomposiae,
1958
- Samaritani A., Regesta Pomposiae, 1963
- Simonini A., La chiesa ravennate, 1964
- Atti del primo convegno internazionale di studi storici
pomposiani, 1965
- Bellini L., I vescovi di Comacchio nel primo millennio, 1967
- Zucchini M., L'agricoltura ferrarese attraverso i secoli, 1967
- Samaritani A., Medievalia e altri studi, 1970
- La civiltà comacchiese e pomposiana, 1986
- Samaritani A., Presenza monastica ed ecclesiale di Pomposa
nell'Italia centrosettentrionale. Secoli X-XIV, 1996
- Centro Italiano di Studi Pomposiani, Studi di liturgia agiografia
e riforma medievali, 1967
- Laghi P., S. Guido Abbate di Pomposa, 2000
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