Arte a Pomposa

 

E' provato da studi recenti che il "Monasterium in Italia princeps" (secondo la definizione di Guido d'Arezzo) era dotato di due chiostri, il secondo dei quali, detto il chiostro di San Guido, è totalmente sparito, assieme alla "torre dell'abate" ad edifici di servizio e di lavoro, alla biblioteca, giardini ed orti. Quello che rimane, a cominciare dalla chiesa di Santa Maria, ci rende comunque chiara la qualità artistica del monastero di Pomposa.

La chiesa fu certamente costruita attorno all'VIII secolo, con materiali di spoglio provenienti dalla Ravenna bizantina. Di tipo ravennate sono: la forma a basilica, la pianta con abside poligonale all'esterno e la divisione in tre navate all'interno. 

L'iniziale chiesa viene dapprima allungata con le prime due campate, quindi dotata dell'atrio che caratterizza tutt'oggi la facciata, attraverso un'opera che vede il suo compimento nell'abbaziato di San Guido. Autore di questo atrio di ispirazione orientale, il "magister Mazulo" che chiede ai visitatori di pregare per lui nella lapide affissa sulla parete. L'atrio interrotto solo dalle arcate di accesso è ricamato da fascie e croci in cotto lavorato a "tralcio abitato" ad arricchito da splendide transenne traforate con grifi separati dall'albero della vita. Tipici del mondo islamico, i decori ceramicati alternati agli animali simbolici (aquila, pavone, leone). Gli stessi motivi decorativi (ceramiche, fascie ecc...) sono utilizzati nel campanile di pochi anni posteriore, costruito come vuole la lapide alla sua base, dal maestro Deusdedit nel 1063.

La mole alleggerita verso l'alto da polifore sempre più ampie, è scandita da fascie marcapiano ed anche archeggiature, che fanno del campanile pomposiano uno dei più precoci esempi della tipologia romanica. Il pavimento della chiesa, iniziato all'epoca dell'abate Guido, ma completato nel secolo successivo è composto di quattro distinte sezioni: la più antica vicino all'altare in mosaico con disegno del VI sec. di provenienza ravennate, la seconda in tarsia marmorea risalente al 1026, la terza in mosaico con animali bordati da cornice e la quarta in tarsia marmorea con disegni molto raffinati. La chiesa è decorata da affreschi che ricoprono per intero le pareti delle navate e dell'abside, il cui catino fu affrescato dal grande Vitale da Bologna nel 1351. In esso Cristo benedicente tra schiere di santi ed angeli ha, alla sua destra, la Vergine, San Guido Abate, e l'abate committente Andrea; al di sotto evangelisti e dottori della chiesa, mentre tra le finestre sono i Santi Martino e Giovanni Battista.

Sotto, veritiere ed umanissime, sono narrate le storie della vita di S. Eustachio. Gli affreschi delle pareti attribuiti a maestri della scuola Vitalesca, sono organizzati in tre tipologie che, letti di seguito, raffigurano le storie dell'Antico Testamento, del Nuovo Testamento, dell'Apocalisse. Sono interrotte nella sequenza che parte in lato a destra guardando l'altare (Adamo ed Eva, e le storie di Caino e Abele) dalla controfacciata in cui campeggia un Giudizio Universale alquanto stereotipato, anch'esso - come le altre scene - di sapore arcaico; un arcaismo delle forme che corrisponde all'arcaismo dell'intento di tutti gli affreschi, quello della Bibbia dei poveri, in voga in pieno medioevo.

Sono invece precedenti ed in sintonia con le istanze pittoriche del loro tempo gli affreschi della sala Capitolare, eseguiti attorno al 1305-1306 ed attribuiti a pittore che si crede a stretto contatto con Giotto, che, negli stessi anni, lavorava a Padova. Anche se notevolmente depauperati al degrado dei secoli, i dipinti del Capitolo sono certamente una pietra miliare della pittura del primo trecento in area ferrarese: la parete di fronte all'ingresso raffigura, accanto alla Crocifissione, i Santi Pietro e Paolo; Benedetto e Guido, accanto a loro, testimoniano la rinnovata fede di Pomposa nei suoi Santi benedettini più cari. Questi ultimi, del resto, compaiono anche nel grande affresco del refettorio, nella scena centrale assieme al Cristo benedicente alla Vergine e San Giovanni Battista. Questo grande affresco è uno dei capolavori pomposiani, attribuito a Pietro da Rimini o comunque ad artista della scuola riminese del '300, ed eseguito nel 1316. E' suddiviso in tre scene; a sinistra, come in ogni refettorio benedettino, è l'ultima cena; al centro la Deeis dalla fissità bizantina. Ieratica ma viva nell'espressività dei tre personaggi di sinistra, l'ultima scena ricorda il Miracolo del Santo Abate Guido, che proprio nel refettorio pomposiano aveva trasformato l'acqua in vino sotto lo sguardo sorpreso del Vescovo di Ravenna Geberardo, ed adorante dei monaci. Si tratta della scena-simbolo di Pomposa, a cui nel Refettorio facevano contorno altri affreschi sulle pareti, oggi pressochè totalmente perduti.